Pd, a quando la "resurrezione"?


Per Bersani e per il Partito democratico si chiude la settimana di “passione”, ma non c’è segno di “resurrezione”.

Nemmeno con Berlusconi afflosciato e con il Pdl in crisi, il Pd guadagna un voto. Anzi: ne perde tanti, scende in percentuale, è costretto a fare fagotto in regioni chiave come Lazio e Piemonte.

In altri tempi il “tutti a casa” sarebbe stata la degna conclusione di questa fase di ennesima crisi, di ennesimo tentativo di uscire dal guado. La resa dei conti non si consumerà nella notte dei lunghi coltelli. Oramai sono tutti così spaesati, confusi e stressati che nessuno ha neppure il coraggio di aprire il …fuoco.

Di più: dopo il voto, nel Pd, da un lato c’è un po’ di soddisfatta passività e dall’altro, un po’ di smarrimento massimalistico (ululano le sirene di Di Pietro e Grillo!).

L’attesa e annunciata (da Bersani) debacle di Berlusconi non c’è stata e non c’è stato l’atteso recupero del Pidì. Di fronte al nuovo flop il partito è stanco, disorientato politicamente e anchilosato.

Addirittura, come nel quadrilatero “rosso”, c’è la chiusura compiaciuta di autosufficienza, nella contemplazione soddisfatta della “tenuta” delle … poltrone.

Insomma, Bersani e i suoi si guardano l’ombelico, non interrogandosi sul perché l’elettorato, pur deluso da Berlusconi, volge loro le spalle.

Il rinnovamento non è un gioco a scacchi a tavolino per conquistare fette di potere interno, ma il frutto di una battaglia politica a tutto campo. Per definire identità, progetto politico, classe dirigente adeguata, partito reale, partecipazione con la gente in carne e ossa.

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