Il sabato del villaggio


A mano a mano che il polverone della battaglia fatta l’altro ieri in Direzione si alza, lo scenario si presenta per quello che è: un Pdl stordito e smarrito, dai vertici alla base.

Passata la … sbornia della “vittoria”, adesso Silvio Berlusconi vede ergersi davanti a lui l’ombra minacciosa della corrente organizzata di Gianfranco Fini.

La verità, anche sotto il profilo strettamente numerico, è ben diversa degli 11 “no” (poi diventati 13) al documento votato all’Auditorium: Fini può contare almeno su una cinquantina fra deputati e senatori.

Che vuol dire, con le possibili convergenze trasversali alla Camera e al Senato, che i decreti sul federalismo fiscali salteranno come birilli. Con l’apertura immediata della crisi di Governo e gli scenari conseguenti. Questa è la prospettiva.

Non a caso Bossi ha subito dichiarato guerra a Fini e ha annunciato lo sganciamento della Lega dal Pdl. Il Senatur sente odore di elezioni politiche anticipate, già compila la lista dei colpevoli affossatori del federalismo, e vuole avere mano libera nello scontro “finale” che si potrebbe aprire presto nel Paese.

Insomma, di fronte all’implosione del Pdl, i due alleati (Berlusconi e Bossi) non sanno far altro che brandire la spada della nuova chiamata alle urne. E’ palesemente un ricatto. A tutto campo. Si vuol far pagare al Paese il crack del berlusconismo.

Anche per l’opposizione è giunta l’ora di rompere gli indugi. Accetti la sfida! L’impalcatura del centrodestra tutta incentrata su Berlusconi è corrosa da un tarlo implacabile. Non è vero che è una fortezza inespugnabile. Per chi suona la campana?

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