Gianfranco Fini e la destra italiana. Affinità e divergenze

Parafrasando un vecchio capolavoro dei Cccp proviamo oggi a tracciare un bilancio delle posizioni dell'attuale Presidente della camera Gianfranco Fini in relazione a quelle del suo potenziale elettorato. Fini ha cercato faticosamente di ricavare una propria ideologia alternativa a quella "dominante" del comparto Berlusconi/Lega. Ci è riuscito?

Partiamo dal presupposto che il centrodestra italiano si è molto evouto, e oggi è diversissimo da come si presentava fino agli anni 80. Un tempo si dava per scontato il parallelo destra=conservatorismo e ostilità alle riforme e ai nuovi valori sociali. Le nuove generazioni hanno fatto in parte piazza pulita di questo preconcetto, al punto che la destra giovane fortunatamente non guarda più con chiusura a vecchi temi sensibili come l'omosessualità e l'aborto; è divorzista e fondamentalmente anticlericale, ma soprattutto liberale e libertaria.

In questo senso Fini ha centrato in pieno l'obiettivo quando si è smarcato dalle posizioni medievaliste di gente come Quagliariello (Pdl) e di buona parte della Lega nel caso della proposta legge liberticida partorita dal caso Eluana Englaro. Allo stesso modo più che condivisibili si sono dimostrati i suoi appelli al dialogo con l'opposizione e all'interno del Pdl, in cui non è più accettabile la posizione dittatoriale di Berlusconi, soprattutto dopo la fusione di Fi e An.

Sono invece completamente assurde e controproducenti le prese di posizione a favore del voto agli immigrati (se c'è una legge che regolamente il settore perché toccarla?), il sostanziale antifederalismo (mascherato male), il meridionalismo figlio della vecchia An e soprattutto le numerose conversioni sulla via di Damasco.

Tra queste ultime puzza disperatamente di stantio quella sul fascismo. Non si può dichiarare che Mussolini è stato il più grande statista del secolo e poco più di 10 anni dopo parlare di fascismo come male assoluto. Prima di tutto perché non è credibile un cambio così repentino di idee, e in secondo luogo perché un elettorato moderato come quello del Pdl non si riconosce in nessuna delle due (estremistiche) affermazioni.

Ma anche se vi si riconoscesse non accetterebbe una conversione così sospetta. Dunque, cui prodest? Dato che non risulta credibile che il nuovo corso finiano sia sincero, dobbiamo archiviarlo come calcolo politico. E come calcolo politico è fallimentare. L'elettorato di centrodestra non sa che farsene di un leader che ondeggia di qua e di là come una ballerina, strizzando l'occhio a cattolici e sinistra quando gli fa comodo.

Un giorno si porrà il problema della successione a Berlusconi, ma Fini - purtroppo per lui - non sarà più della partita.

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