I Presidenti della Repubblica: Giovanni Leone (1971-1978)

La biografia del sesto Capo dello Stato italiano

Il più giovane (fino a quel momento) Presidente della Repubblica fu anche quello che impiegò il maggior numero di scrutini per essere eletto, un viatico che sarebbe stato emblematico per il suo settennato. Napoletano purosangue, nato nel 1908 non ha potuto vivere, per la giovane età, gli anni di antifascismo militante che hanno caratterizzato le biografie dei suoi predecessori al Quirinale: anzi, laureatosi ad appena 21 anni, si iscrive al Partito Fascista per poter svolgere l'attività di docente. Nel 1940 parte per la guerra, ma nel '44 si iscrive alla Dc ed entra nell'Assemblea Costituente, contribuendo a scrivere la Costituzione.

Nel 1955 viene eletto presidente della Camera, e negli anni successivi è per due volte a capo di governi "balneari" della durata di pochi mesi. È una figura importante nel partito ma non ne è mai un leader al pari dei vari Fanfani, Andreotti e Moro, e si tiene sempre lontano dalle lotte per il potere. Quando, nel 1964, i Grandi elettori gli preferiscono Saragat al Quirinale, sembra che la sua carriera politica sia al termine e, a dispetto della giovane età, lo stesso Saragat lo nomina tre anni dopo senatore a vita.

Giovanni Leone: la gallery

Nel 1971 la scelta del nuovo Capo dello Stato si presenta difficile. Saragat si ricandida espressamente, appoggiato dal suo Psdi, ma la Dc decide che è tempo di riportare un suo uomo al Quirinale, ma chi? I nomi in ballo sono quelli di Moro e Fanfani: il primo viene però ritenuto troppo vicino alle sinistre, così il partito in una infuocata votazione (le cui schede saranno poi bruciate come in un conclave) sceglie Fanfani, l'eterno candidato al Colle. Il blocco socialista vota invece in massa per Francesco De Martino, grande leader del Psi.

Che la strada per Fanfani sia impervia lo si capisce subito: nei primi scrutini l'esponente Dc non arriva neppure a 400 voti, "impallinato" da molti franchi tiratori del suo stesso partito e superato persino da De Martino. Le votazioni proseguono per sei scrutini con questo andazzo, finché Fanfani, che è Presidente del Senato e dirige lo scrutinio, non si trova tra le mani una scheda con su scritto "Nano maledetto/ non sarai mai eletto", chiaramente rivolto a lui. Dopo il sesto scrutinio ritira la candidatura, e la Dc decide di astenersi.

Per i successivi 15 scrutini, i democristiani non votano, mentre i socialisti insistono su De Martino e, più tardi, su Pertini, mentre sottobanco cercano la convergenza della Dc su Nenni. I repubblicani di Ugo La Malfa fanno pressing per un Dc "non compromesso", nella convinzione che il partito non ricorrerà di nuovo, come con Segni, ai voti delle destre. Ma è proprio quello che accadrà: i vertici Dc, guidati da Andreotti, convincono Giovanni Leone a candidarsi, così al 23esimo scrutinio, la vigilia di Natale 1971, viene eletto il giurista napoletano con appena 18 voti più del quorum, grazie all'appoggio dell'Msi.

Sin dal discorso inaugurale, Leone si distanzia da Saragat definendosi un semplice "notaio" delle scelte del Parlamento e del governo. E in effetti per tutto il settennato si adatterà al volere dei vertici Dc, soprattutto di Giulio Andreotti che lo ha fatto eleggere e che proprio in quegli anni raggiunge l'apice del potere. Leone scioglie per ben due volte le Camere (non era ancora mai successo nella storia repubblicana) per volere del suo partito, e avversa esplicitamente i partiti di centrosinistra. Non è amato dal popolo, e lui non fa niente per farsi amare, ostentando superiorità e accentuando il suo accento napoletano per cui è oggetto di satira. Contestato da un gruppo di studenti, reagisce facendo il gesto delle corna, ripetuto in un'altra occasione durante una visita a dei malati.

A partire dal 1975, Leone viene fatto oggetto di una violentissima campagna giornalistico-politica, orchestrata da L'Espresso, con le inchieste di Camilla Cederna, e dal Partito Radicale di Marco Pannella (che anni dopo gli chiederà scusa). Sono diverse le cose contestate al Presidente: c'è lo scandalo Lockheed, tangenti per l'acquisto di aerei americani, per cui Leone era accusato (ma non fu mai provato) di essere "Antelope Cobbler", il regista della vicenda; ma anche la vita privata della famiglia Leone, con la first lady Vittoria con il suo stile di vita disinvolto e il suo passato controverso (si parlò di dossier riservati); e ancora, accuse di nepotismo e di amicizie discutibili. Un insieme di accuse, tra verità e menzogne, che esplode con la pubblicazione del pamphlet "Carriera di un presidente" della Cederna (che poi sarà condannata per diffamazione).

Leone vorrebbe sporgere querela, ma il ministro della Giustizia rifiuta di concedere l'autorizzazione, e il partito consiglia al Presidente di lasciare correre. Finché a giugno 1978, a sei mesi dalla scadenza del mandato, Andreotti non sale al Quirinale chiedendo a Leone di farsi da parte, perché la sua posizione è ormai indifendibile. Leone china il capo e accetta con una battuta "Così potrò godermi i Mondiali di calcio in pace".

Quello di Leone è il più lungo periodo di dopo-presidenza nella storia repubblicana: ben 23 anni, poichè è morto nel 2001 a 93 anni. Durante questo periodo da senatore a vita, iscritto al Gruppo misto, Leone si è battuto per la riforma del codice penale, ma soprattutto si è visto riabilitato pienamente: nel 1998, in occasione dei 90 anni, il Senato promuove un convegno in suo onore durante il quale Marco Pannella ed Emma Bonino chiesero pubblicamente scusa per il loro ruolo nella campagna contro di lui.

Foto © Getty Images
Gallery: Quirinale.it

Giovanni Leone
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