Rassegna stampa estera: l'economia italiana all'epoca dei PIGS


Il fatto che la Grecia sia sull'orlo del fallimento finanziario ha portato in queste settimane molti giornali stranieri a sollevare dubbi sulle capacità di tenuta finanziaria di altri paesi europei, tra cui il nostro. L'Economist ad esempio, con il suo consueto stile graffiante, ha chiosato in questo modo un surreale articolo sul necessario "ridisegno della mappa europea":

La Germania può restare dov’è, così come la Francia. Ma l’Austria potrebbe slittare verso ovest, al posto della Svizzera, in modo da consentire anche a Slovenia e Croazia di spostarsi verso nord-ovest. Potrebbero unirsi al nord Italia per formare una nuova alleanza regionale (idealmente governata da un Doge veneziano). Il resto dello stivale, da Roma in giù, si staccherebbe per creare, insieme alla Sicilia, un nuovo paese, ufficialmente denominato Regno delle Due Sicilie (ma soprannominato Bordello – in italiano nel testo n.d.T.). Potrebbe dar vita ad un’unione monetaria con la Grecia – e nessun altro

Altre testate hanno espresso giudizi meno severi e più circostanziati sullo state delle finanze del nostro paese. Ad esempio la svizzera Neue Zürcher Zeitung, che ha titolato "Non tutti i “PIGS” sono uguali":

Negli anni che hanno preceduto la crisi finanziaria internazionale l’Italia è stata ripetutamene additata come il paziente più grave dell’euro-zona. Di fatto però la terza economia dell’euro-zona ha superato l’uragano che si è abbattuto sui mercati finanziari internazionali molto meglio di altri membri dell’unione monetaria europea fortemente indebitati. (..) anche secondo esponenti delle più quotate agenzie di rating l’Italia resta il paese più stabile nel gruppo dei GIPSI (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia). E la I nell’altro acronimo peggiorativo PIGS sta per Irlanda. (..) Il fatto che l’Italia, almeno finora, non sia stata indebolita dai mercati internazionali e soprattutto che non abbia dovuto annunciare misure di risparmio draconiane ha diverse spiegazioni. Per prima cosa bisogna riconoscere al ministro italiano per l’Economia e la Finanza, Giulio Tremonti, di essere stato cosciente, fin dall’inizio della crisi finanziaria, dei rischi di un già consistente indebitamento pubblico, di aver mantenuto i nervi saldi anche nel mezzo della recessione e di non essersi avventurato in avventure keynesiane. (..) L’azione della politica finanziaria, relativamente rigorosa, è stata facilitata dal fatto che l’Italia, a differenza di molti altri paesi industrializzati (tra cui vanno annoverati anche Spagna e Irlanda), non è stata toccata da disastrosi fallimenti bancari, né dal collasso di un mercato immobiliare eccessivamente gonfiato a causa di speculazioni precedenti. E per questo bisogna rigraziare le banche italiane che, di norma, sono rimaste concentrate sulla tradizionale attività di credito e che hanno applicato criteri relativamente più rigidi nel settore ipotecario

Anche il britannico Guardian si è dedicato ad enumerare le ragioni per cui la situazione del nostro paese non è così grave come quella greca:

per due ragioni: la prima, perché l’indebitamento privato italiano è inferiore rispetto a quello di molte altre nazioni sviluppate. La seconda, perché la maggior parte del debito pubblico italiano è a carico dei cittadini. Come afferma Vaciago (docente di economia politica all’Università Cattolica di Milano): “Gli italiani non vanno in banca per chiedere un prestito, ma per comprare titoli di stato”. Questo significa che, in proporzione, le obbligazioni italiane pesano meno dei titoli greci presenti nel portafoglio delle banche straniere e, probabilmente, si svalutano con minore facilità. “[L'Italia] è il paese con il più ricco mercato obbligazionario di tutta Europa e la terza maggiore economia. Non è la Grecia o il Portogallo” ha sottolineato Kenneth Borux, economista della Lloyds TSB. Secondo un rapporto della scorsa settimana della Carnegie Endowment, la minaccia maggiore per la finanza pubblica è rappresentata dalle scarse prospettive di crescita. L’Italia, riportava, “ha perso la stessa competitività della Grecia da quando è entrata a far parte della zona Euro. Il costo del lavoro in Italia è aumentato del 32% tra il 2000 e il 2009, paragonabile al 34% di crescita della Grecia nello stesso periodo.” Storicamente, l’Italia è sempre riuscita a risolvere i propri guai grazie alle esportazioni. Ma restano dei dubbi su come possa riuscirci questa volta: una ricerca europea dello scorso anno ha infatti rilevato che in 10 anni, fino al 2008, le esportazioni di prodotti e servizi sono cresciute molto più lentamente in Italia rispetto agli altri membri della comunità europea. Una riforma strutturale potrebbe essere la soluzione. Ma, come molti politici dell’Europa del Sud, Berlusconi e Tremonti sono stati particolarmente restii a confrontarsi con l’impopolarità politica che questa novità potrebbe inevitabilmente causare. “In questo paese, neppure con un governo di centro destra si riesce ad ottenere una riforma di centro destra”, ha commentato Vaciago

Lo svizzero Le Temps si è invece concentrato su un'altra particolarità del rapporto politica-economia nel nostro paese, commentando le recenti dichiarazioni della Lega Nord sulla necessità di "prendersi le banche":

A sole quarantotto ore dallo scrutinio regionale, Umberto Bossi ha dichiarato: “La gente ci dice “impadronitevi delle banche” e noi lo faremo. È chiaro che avremo nostri uomini a tutti i livelli nelle più grandi banche del Nord.” Più chiaramente, la Lega pretende di avere dei rappresentanti nei consigli di amministrazione delle grandi società attraverso delle istituzioni senza scopo di lucro che derivano dalle collettività locali e che detengono partecipazioni importanti nel sistema bancario italiano. Ma quello che viene ormai chiamato il “green power” a causa del colore verde, simbolo dei leghisti, non si ferma al sistema finanziario. Come indicava recentemente il settimanale Panorama, “le camicie verdi non mancano alla testa delle società autostradali”, in particolare in Veneto. (..) Mentre per anni la Lega ha costruito il suo successo elettorale denunciando le interferenze della politica nell’economia, il partito populista non è dunque più imbarazzato da [questo genere di] precauzioni per tentare di inserirsi nel cuore produttivo del paese, comprese le grandi imprese nazionali, a lungo disprezzate come simbolo dello sperpero e della burocrazia di Roma. La Lega Nord ha ormai i suoi portavoce, che sia all’ENI, all’ENEL o alla direzione di Poste Italiane

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