I fratelli Craxi: «Nostro padre un ladro? Allora lo era anche Giuliano Amato»

Amato al Quirinale? I figli di Bettino dicono la loro

Giuliano Amato è, a oggi, il nome più accreditato per la successione a Giorgio Napolitano. Non suscita entusiasmi in nessuno schieramento, ma neanche i veti incrociati degli altri candidati, per cui potrebbe spuntarla ai primi scrutini. Giuliano Amato, che ha attraversato la Seconda Repubblica come premier tecnico, ministro dell'Economia e stimato professore, nella Prima era il braccio destro di Bettino Craxi. Ma cosa ne pensano di lui i figli del leader socialista morto latitante? Sul Fatto Quotidiano di oggi Stefania e Bobo, divisi dalla politica ma per una volta d'accordo, dicono "Non ci metteremmo il lutto al braccio ma il destino è beffardo".

Dopo una carriera accademica brillante ma lontano dai riflettori, fu proprio Bettino Craxi a portare Amato in politica, prima come consigliere economico, poi come suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio dal 1983 al 1987, e indicandolo poi come ministro per i successivi governi a guida Dc. Eppure Amato è stato l'unico a sopravvivere a Tangentopoli e al disfacimento del Psi e dello stesso Craxi, rinnegando spesso qualsiasi vicinanza al leader socialista. Ed è per questo che i figli di Bettino oggi si tolgono qualche sassolino dalla scarpa.

"Parliamoci chiaro, se mio padre era un criminale lo era anche Giuliano Amato". "Papà a capo di un partito di ladri? Allora Amato era il vice-ladrone"

dicono all'unisono Bobo e Stefania. La differenza è che Craxi è morto latitante e Amato è papabile per il Quirinale.

Amato non è estraneo al finanziamento illegale al partito. Abitava forse sulla luna? Non poteva non essere coinvolto.

spiega Stefania, mentre Bobo racconta di non essere sorpreso dal comportamento di Amato verso Bettino Craxi.

Nessuno si aspettava che Giuliano si buttasse nel fuoco per lui, tantomeno mio padre. E infatti non lo fece. Ma non si stupì affatto: lo conosceva troppo bene.

I due Craxi raccontano di quando Bettino prospettò ad Amato, che faceva parte degli "intellettuali senza potere del partito", di entrare nella stanza dei bottoni. Fu lo stesso Craxi a definire, nel 1993, Amato "il becchino del Partito Socialista".

E, a conferma del rapporto tra i due, Il Fatto pubblica due lettere scritte dal "professor Sottile" all'allora leader del partito: nella prima, datata 1989, Amato ribadisce la propria lealtà a Craxi augurandogli "di avere dagli altri la lealtà assoluta che hai avuto sempre da me"; nella seconda, del 1993 quando Amato era premier, chiede che "non cali un muro di silenzio fra di noi", e assicura il massimo impegno per estendere i patteggiamenti.

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