Tagli a welfare e spesa pubblica: il Corriere della Sera suona la carica


Se la qualità di un paese si può valutare da quella del suo quotidiano più venduto, e quella di un giornale dalla caratura dei suoi editoriali, l’Italia ha probabilmente più di un motivo di essere preoccupata, in un frangente cruciale come quello dell’attuale crisi economica.

Prendiamo i fondi comparsi negli ultimi giorni sul quotidiano di via Solferino, con firme “pesanti” come quelle di Piero Ostellino e Angelo Panebianco: l’obiettivo in entrambi i casi è quello di giustificare i tagli alla spesa pubblica che si preannunciano anche nel nostro paese, dopo la crisi dell’euro. Quest’ultima è infatti, secondo Ostellino:

l'epifenomeno della crisi dello Stato sociale moderno. Se ciò che dà (col welfare) è più di quanto potrebbe, c'è squilibrio di bilancio che porta alla crisi finanziaria; se ciò che toglie (con le tasse) è più di quanto dovrebbe, la crescita del Paese si arresta

Rincara la dose Panebianco, profetizzando che questo sviluppo produrrà “una vittima illustre”: la sinistra europea stessa. La redistribuzione in nome del principio di uguaglianza, infatti “è diventata economicamente insostenibile”.

Alla base di entrambi gli editoriali sta un sillogismo elementare – tanto elementare che non viene quasi nemmeno esplicitato: siccome gli stati reagiranno alla crisi con tagli allo stato sociale, allora la causa della crisi è il welfare stesso.

In realtà Ostellino e Panebianco invertono evidentemente il rapporto di causa-effetto, e anche in maniera piuttosto grossolana. Dimostrarlo è facile: è sufficiente soffermarsi a riflettere proprio sull’attuale crisi dell’Euro.

Gli studi sullo stato sociale ci dicono infatti che esistono tra i paesi sviluppati almeno tre mondi di welfare: il modello socialdemocratico dei paesi scandinavi (quello più generoso), il regime liberale dei paesi anglosassoni (più orientato al mercato) e quello “conservatore” dell’Europa centro-meridionale (Germania, Francia, ecc.).

C’è poi chi distingue un quarto sistema: quello “familista” dei paesi mediterranei (tra cui l’Italia), che si caratterizza per il fatto di essere decisamente più rudimentale degli altri, scaricando la maggior parte delle responsabilità di tutela dei singoli sulle famiglie.

Facciamo un esempio: tra i paesi dell’UE a 15, solo 2 non hanno una forma nazionale di reddito minimo, per cui chi guadagna sotto una certa soglia riceve un sostegno monetario dallo Stato: sono la Grecia e l’Italia – e già questo accostamento dovrebbe farci rabbrividire. Ce ne sono alcuni altri poi, in cui la misura esiste ma è particolarmente insufficiente e/o frammentata: la Spagna e il Portogallo.

Il ragionamento degli editorialisti del Corsera incorre quindi qui in un gigantesco paradosso: com’è possibile che i PIIGS – i paesi più a rischio di bancarotta in Europa – siano anche quelli che hanno investito meno (e peggio) nello stato sociale? E’ evidente che se così è, non è certo al welfare che si può imputare l'attuale crisi.

Probabilmente, in realtà, la funzione dei fondi in questione è quella di “suonare la carica” per gli imminenti tagli alla spesa pubblica, di segnalare l’adesione di un certo establishment a questa impresa e di tentare di persuadere l’opinione pubblica della sua bontà. Un intento quest'ultimo che sembra trasparire in particolare dalle parole di Panebianco:

Gli elettori si troveranno sempre più a dover scegliere fra vantaggi di breve e vantaggi di medio termine (fra l'uovo oggi e la gallina domani). La riduzione delle prestazioni degli Stati produrrà, presumibilmente, forte disagio sociale e forti proteste. I partiti socialisti, naturalmente, le cavalcheranno. Ma potranno essere premiati dagli elettori solo se questi ultimi penseranno esclusivamente in termini di vantaggi a breve termine: se chiederanno, cioè, di bloccare la riduzione delle prestazioni sociali anche a costo di trovarsi, subito dopo, nella situazione catastrofica in cui si trovano oggi i greci. Se questo non avverrà, la sorte elettorale dei partiti socialisti (o di ispirazione socialista, come il Pd italiano) diventerà sempre più precaria

Paradossale in questo senso la chiosa dell’articolo di Ostellino, che denuncia la scarsa indipendenza dei media, rei di aver sostenuto l’“ingrasso” dello Stato Sociale:

I media, invece di guardare dentro la macchina dello Stato moderno e denunciarne costi e pericoli - in definitiva, invece di fare il loro mestiere - hanno taciuto e ancora tacciono; vuoi per conformismo, vuoi per riflesso degli interessi extra editoriali dei loro editori, finendo col farsi dettare l'agenda dagli stessi responsabili della crisi. Alla democrazia è venuto a mancare uno dei pilastri su cui dovrebbe poggiare: l’indipendenza dei media. Sulle cause della crisi un esame di coscienza lo dovrebbero fare anche i giornalisti

Ecco, una sola frase dell’autorevole fondo di Ostellino mi trova d’accordo: l’ultima.

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