Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Medio Oriente: Israele voleva vendere testate nucleari al Sudafrica dell’Apartheid . Lo rivela il Guardian, citando come fonte dei documenti riservati scoperti dal ricercatore americano Sasha Polakow - Suransky. I documenti declassificati sarebbero le minute di un incontro tenutosi il 31 marzo del 1975 tra due ufficiali di alto grado dei rispettivi Paesi.

Dall’incontro fra i due emergerebbe come l’allora ministro della Difesa sudafricano PW Botha avesse richiesto forniture di armamenti, ottenendo un'offerta dal Primo ministro israeliano Shimon Peres di missili di “tre dimensioni” (intendendo presumibilmente testate convenzionali, chimiche e nucleari).

Il governo sudafricano avrebbe voluto dotarsi di armi atomiche come deterrente nei confronti di possibili minacce degli stati confinanti. I due ufficiali avrebbero anche firmato un accordo di cooperazione militare tra i due Paesi, la cui esistenza doveva rimanere top secret...

La vendita di testate non sarebbe poi avvenuta, in parte per ragioni legate al costo dell’operazione, ma la cooperazione militare tra i due Paesi è comunque cresciuta. Negli anni successivi, il Sudafrica ha costruito un arsenale nucleare, con la probabile assistenza tecnica di Israele, e avrebbe in cambio fornito a quest’ultimo la maggior parte dell’uranio necessario per le proprie testate.

L’atomica israeliana è sempre stata un segreto di Pulcinella. E’ risaputo che lo stato ebraico è in possesso di testate nucleari, anche se non ne ha mai né confermato né negato ufficialmente l’esistenza, rifiutando di aderire al trattato di non proliferazione . Un atteggiamento di ambiguità che è valso qualche tensione tra l’attuale premier Netanyahu e l’amministrazione Usa in occasione dell’ultimo vertice sulla sicurezza nuclare tenutosi a Washington lo scorso aprile.

Se autentici, i documenti citati da Polakow-Suransky costituirebbero la prima prova scritta dell’esistenza del programma nucleare israeliano. Nel 1986, infatti, lo scienziato israeliano Mordechai Vannunu (poi catturato dal Mossad e processato in Israele con l’accusa di alto tradimento) aveva rilasciato al Sunday Times numerose dichiarazioni in merito e fornito una serie di foto scattate all’interno del sito nucleare di Dimona, ma non aveva fornito alcuna documentazione scritta.

I dettagli dell’accordo top secret fra Tel Aviv e Città del Capo sono contenuti nel libro di Polakow-Suransky “The Unspoken Alliance: Israel's secret alliance with apartheid South Africa”, che uscirà domani negli Stati Uniti.

Lo studioso ha affermato che il Ministero della Difesa isrealiano avrebbe fatto pressione sul governo sudafricano perché i documenti non venissero declassificati, ma l’attuale Governo dell’African National Congress avrebbe rifiutato le pressioni, perché non interessato a coprire i traffici dei Governi dell’era dell’Apartheid.

America: Anwar al Awlaki minaccia gli Stati Uniti in un nuovo filmato. A volte ritornano. Il predicatore islamico latitante Anwar al Awlaki ha minacciato nuovi attacchi agli americani, in patria e all’estero, in nuovo video diffuso da Al Qaida nel corso del fine settimana. Al Awlaki ha affermato che “se continuerete a uccidere la vostra gente, noi uccideremo la vostra".

Nato in America, e sospettato di essere attualmente nascosto nello Yemen, Al Awlaki è una controversa e relativamente nuova figura nel panorama del terrorismo islamico: è accusato di aver ispirato il gesto di Nidal Hisan, lo psichiatra militare americano, di origini palestinesi, responsabile del massacro di novembre nella base militare di Fort Hood, in Texas.

E’ lo stesso Al Awlaki a rivendicare nel video i suoi legami con la vicenda, definendo Hisan “uno dei miei studenti” e affermando che “è questa l’immagine che dobbiamo dare. I soldati americani in Afghanistan e Iraq saranno uccisi. Li uccideremo, se possiamo, a Fort Hood, in Afghanistan e in Iraq.” Al Awlaki è attualmente ricercato dalle autorità USA anche per le connessioni con altri, falliti, attentati.

Asia: violente proteste in Indonesia. La polizia ha arrestato più di 103 persone a seguito di una violenta protesta nel corso delle elezioni regionali sull’isola di Java, la più grande dell’arcipelago indonesiano. Il capo della polizia locale ha affermato che venerdì circa 150 manifestanti, che chiedevano che il voto venisse posticipato, avrebbero attaccato con molotov, bastoni e pietre gli agenti di presidio all’edificio in cui i candidati stavano facendo campagna elettorale. Il bilancio è di dieci agenti feriti e diverse auto incendiate e danneggiate.

  • shares
  • Mail

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO