Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Non c’è pace tra le due Coree. Nonostante siano passati sessant’anni dalla guerra civile che ha spaccato in due il Paese, la tensione tra Seul e Pyongyang è di nuovo ai livelli di guardia. Il regime del dittatore comunista Kim Jong Il ha dato l’ordine di massima allerta alle truppe, intimando di essere “pronti a combattere se attaccati”.

Obama ha ribadito il totale appoggio degli Stati Uniti a Seul, che ieri ha varato pesanti sanzioni nei confronti del Nord, con tanto di chiusura degli scambi commerciali e l’interdizione delle proprie acque territoriali alle imbarcazioni nordcoreane.

Ad accendere la miccia è stata l’affondamento, lo scorso marzo, della corvetta militare sudcoreana Cheonan, che ha causato la morte di quarantasei militari; Seul ha accusato la marina nordcoreana di aver colpito l’imbarcazione con un missile, anche se il regime di Pyongyang ha drasticamente negato ogni responsabilità in merito.

Dopo mesi crescente tensione, la situazione sembra ora sul punto di precipitare. Ieri il segretario di Stato USA Hillary Clinton ha appoggiato la tesi di Seul sulla responsabilità della Corea del Nord e ha invitato il regime a rivelare ciò che sa in merito all’ ”atto di aggressione”. Ha, inoltre, confermato il pieno supporto degli Stati Uniti alla Corea del Sud e ha intimato al regime di Kim Jong Il di cessare l’atteggiamento belligerante finora tenuto.

Il Pentagono ha fatto sapere che le forze armate USA condurranno esercitazioni sottomarine congiunte con quelle Sudcoreane. L’inizio delle operazioni non è stato reso noto, ma il Pentagono ha sottolineato che sono una chiara risposta all’affondamento della corvetta. Scopo delle operazioni: prevenire il traffico di armi di distruzione di massa, di cui la Corea del Nord è sospettata.

Obama si trova quindi a dover gestire un'altra difficile crisi sul fronte internazionale, che si somma al dossier nucleare iraniano e alla guerra in Afghanistan. Già la precedente Amministrazione di George W. Bush aveva incrementato una politica di insofferenza verso il regime di Pyongyang, inserendo l’ultimo regime stalinista del pianeta nella lista degli “Stati Canaglia” (poi togliendolo per favorire una politica di distensione).

Da parte sua il regime di Kim Jong il non ha mai perso occasione per riaccendere la tensione, dando il via a test nucleari o a minacciose dichiarazioni ad effetto nei confronti dei paesi limitrofi (Giappone compreso). In realtà Pyongyang sa di poter fare la voce grossa perché appoggiato dalla Cina, che fino ad oggi non ha mai fatto mancare vitali appoggi economici né il sostegno politico nel Consiglio di Sicurezza Onu.

Ed è Pechino ad avere in mano le chiavi di questa crisi. Per ora ha affermato che si tratta di una questione interna in cui non si deve interferire, ma non è detto che non stia solo prendendo tempo. Dipenderà dalla sua volontà di esercitare pressioni sulla Corea del Nord la soluzione di questa nuova crisi.

Medio Oriente: Israele nega il traffico di armi nucleari con il Sudafrica
“Non ci sono basi per le rivelazioni pubblicate dal Guardian sul fatto che, nel 1975, Israele avrebbe negoziato con il Sudafrica uno scambio di armi nucleari.” Lo ha annunciato ieri il Presidente israeliano Shimon Peres, Ministro della difesa all’epoca dei fatti, in merito alla pubblicazione da parte del Guardian di documenti declassificati che proverebbero l’esistenza di simili traffici tra Tel Aviv e Pretoria.

I documenti sono disponibili sul sito del Guardian e riportano, pur tra numerosi omissis, l’esistenza di un accordo, con tanto di firme del Primo ministro Sudafricano PW Botha e di Peres (quest’ultima è,però, priva di data).
Peres ha aggiunto che il Guardian ha scritto il suo articolo basandosi su un’interpretazione selettiva dei documenti sudafricani e non su fatti concreti.

Per capire come una vicenda che risale a più di trent’anni fa continui a suscitare tanto clamore, basta volgere lo sguardo verso New York. In questi giorni si sta infatti svolgendo un vertice delle Nazioni Unite che mira a rafforzare il trattato di non proliferazione nucleare sottoscritto nel 1968. La conclusione della conferenza è prevista per il fine settimana e, se le bozze che circolano in questi giorni saranno approvate, ci saranno nuove restrizioni che metteranno al bando le armi nucleari e di distruzione di massa in tutto il Medio Oriente.

Le misure in discussione comprenderebbero la convocazione di una vertice, che dovrà essere coordinato da un delegato delle Nazioni Unite, per stabilire, entro il 2012, una zona libera da armi di distruzione di massa. Tale zona dovrebbe comprendere, potenzialmente, anche Iran ed Israele. Se queste misure saranno approvate, si tratterebbe di una schiacciante vittoria per Egitto e gli altri Stati arabi, che hanno sempre sostenuto che Israele non è soggetto alle stesse pressioni di altri Stati, come Iran e Siria, in merito al possesso di testate nucleari.

Un ruolo chiave dovrà, ovviamente, essere giocato dall’amministrazione Usa e dalla sua capacità (o volontà) di persuadere Tel Aviv che il rafforzamento del trattato di non proliferazione non sarà una minaccia per la sua sicurezza.

Israele, lo ricordiamo, non ha mai firmato il trattato e non ha mai ufficialmente ammesso né smentito l’esistenza di un proprio arsenale nucleare. I documenti pubblicati dal Guardian gettano quindi una nuova luce sui comportamenti dello Stato ebraico in merito al dossier nucleare e rischiano di minarne la credibilità in un momento di delicate trattative internazionali.

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