Trent'anni fa moriva Walter Tobagi, una vittima del conformismo ideologico italiano

Sono trascorsi 30 anni dalla morte di Walter Tobagi. Sembra ieri. Il 28 maggio del 1980 il giornalista veniva assassinato da un commando di 5 uomini, appartenenti alla sedicente Brigata XVIII Marzo, capitanata da Marco Barbone.

Gli altri uomini che gli spararono erano Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano, tutti figli di famiglie borghesi; tutti ansiosi di compiere un gesto eclatante per segnalarsi all'ambita area "che contava" del terrorismo rosso .

Il capo, Marco Barbone - figlio di un alto dirigente editoriale della casa editrice Sansoni - si prese l'incarico di finire Tobagi, sparandogli un colpo dietro la nuca. In seguito si pentì e svelò i nomi dei compari, che comunque uscirono quasi tutti di galera nel giro di poco grazie a un'interpretazione largheggiante della legge sul pentitismo.

È storicamente provato che l'omicidio nacque negli ambiente del Corriere della Sera, del quale Tobagi era una delle firme più in vista, specializzato in terrorismo. Il conformismo militante della redazione, del quale il giornalista umbro era fiero avversario, lo aveva in uggia, smanioso com'era di seguire la linea dominante radicalchic/comunista tanto di moda all'epoca.

E così decisero di farlo fuori, salvo pentirsi tutti subito dopo per paura di rovinare la vita propria, dopo avere tranquillamente soppressa quella altrui. Anche questo un segno tipico di un'epoca in cui la codardia la faceva da padrona, e i ciarlieri salotti-bene sproloquiavano di rivoluzione sorseggiando il tè tra Via della Spiga e Montecarlo.

Cosa resta oggi della lezione di Tobagi? Per chi sia dotato di spirito libero il suo grande esempio. Non seguire il gregge e stare lontano dalle mode, al costo stesso della propria vita. Ma ci vuole fegato e - per citare Manzoni - "se uno il coraggio non ce l'ha, non se lo può dare".

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