Manovra economica: Berlusconi senza responsabilità? La nuova strategia populista del premier


La crisi della Grecia e dell’Euro ha cambiato tutto: la fase politica non è più la stessa, e solo pochi non se ne sono accorti. Tra questi non può certamente essere annoverato Silvio Berlusconi, e le sue dichiarazioni degli ultimi giorni, solo apparentemente bizzarre, ne sono una prova lampante.

L’uscita all’OCSE su Mussolini“non comando io, ma i gerarchi” – è stata una magistrale operazione di spin, con l’obiettivo di distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai sacrifici della manovra, facendola bisticciare sull’ormai logoro cleavage fascisti – antifascisti. Ma non solo.

E’ stata anche l’esempio più plateale della nuova linea del Cavaliere: cercare in ogni modo di rappresentarsi di fronte al pubblico come privo di potere – e quindi di responsabilità – in una fase in cui dall’azione dell’esecutivo gli italiani si possono aspettare, Letta dixit, solo “lacrime e sangue”. Tutto il contrario del presidente del “fare” e del “ghè pensi mi”.

Il teatrino della firma-e-controfirma con Napolitano di questi ultimi giorni è servito proprio a questo: a dare l’impressione che il Presidente della Repubblica sia corresponsabile delle misure contenute nella manovra, a fronte di un Premier che pone la firma per ultimo, per “presa visione” . Inutile dirlo, un capovolgimento totale delle prerogative costituzionali di entrambi.

Allo stesso modo i continui riferimenti all’Europa – “che ci impone la manovra” – e l’insistenza sulla responsabilità esclusiva di Tremonti, servono a questo scopo - così come i distinguo del Bondi “esautorato” di ieri.

L’obiettivo ultimo di questo riposizionamento verso un’immagine di impotenza non è un semplice “chiamarsi fuori” dalle responsabilità. C’è infatti con ogni probabilità dietro un calcolo più raffinato, che pensa già alle prossime elezioni.

Quando gli italiani verranno di nuovo chiamati alle urne, saranno infatti con ogni probabilità disgustati dalla “casta”, sul piede di guerra per i tagli di spesa, predisposti ancora più del solito a plebiscitare chiunque porti avanti un discorso populista e anti-politico.

Berlusconi da questo stato delle cose ha sempre tratto molto vantaggio: la sua figura carismatica e il suo dominio sull’agenda setting, determinato dal quasi-monopolio dell’informazione televisiva, fanno sì che il suo sia uno dei primi nomi a cui molti elettori pensano quando vogliono esprimere questo genere di protesta contro l’“establishment” della politica.

Le mosse di questi giorni servono proprio a permettere che ciò possa accadere di nuovo: che il rito di identificazione tra il popolo cinico, disgustato e sfiduciato e il suo leader carismatico e sopra le righe, contrapposto ai “meccanismi della vecchia politica” possa compiersi per l’ennesima volta.

E’ in fondo il più classico gioco del populismo al potere, del partito “di lotta e di governo” di cui l’esempio di più grande successo è sicuramente la Lega Nord: un movimento incredibilmente in grado di venire ritenuto dai propri elettori – a torto o a ragione – responsabile di tutto ciò che dell’azione di governo giudicano positivo, ed irresponsabile di tutto il resto.

Un partito capace, ad esempio, di esprimere solidarietà a Scajola e contemporaneamente affiggere manifesti su “Roma Ladrona, la Lega non perdonasenza perdere voti, ma anzi guadagnandoli esattamente grazie al voto di protesta contro quello stesso governo di cui fanno parte.

Ovviamente in una fase come l’attuale questo genere di gioco risulterà più difficile al premier, che non è certo nella stessa condizione obiettiva di un alleato junior della coalizione come il Carroccio. Tuttavia il tanto discusso controllo dei media serve proprio a questo: a rendere possibile ciò che in un altro paese non sarebbe immaginabile.

Foto | Vincenzo Cosenza.

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