Governo Amato: a volte ritornano

La condizione posta da Napolitano per accettare il bis

Fino a stamattina era uno dei papabili per il Quirinale, anche se sul suo nome c'era il veto della Lega e di una parte del Pd, oltre che naturalmente del Movimento 5 Stelle. Ora che Napolitano sta per accettare la rielezione "a grande richiesta", il nome di Giuliano Amato torna in pista come prossimo premier, alla guida di un governo di larghe intese Pd-Pdl-Sc. Sarebbe questa la condizione posta da Giorgio Napolitano ai leader politici per accettare la candidatura: nel governo guidato dall'ex socialista troverebbero posto due vicepremier, uno Pd e uno Pdl.

Naturalmente si tratta di voci incontrollate, rilanciate in questi minuti di grande confusione, e d'altronde non si capisce come quelli che osteggiano Amato al Colle possano invece essere disponibili ad accettarlo come premier. In ogni caso, trattandosi di una personalità "non divisiva" ed esperta di situazioni istituzionalmente turbolente, è un'ipotesi quantomai verosimile.

Sarebbe la terza volta che Giuliano Amato torna a Palazzo Chigi, e anche nelle precedenti si era trovato a gestire momenti molto delicati. La prima volta fu nel 1992, chiamato da Oscar Luigi Scalfaro all'indomani della sua elezione al Quirinale: negli accordi precedenti al voto, la Dc doveva approdare al Colle con Forlani o Andreotti e a Palazzo Chigi doveva essere il turno di Bettino Craxi. Ma prima i franchi tiratori contro i leader Dc e poi le bombe di Capaci avevano scombinato tutto, portando Scalfaro all'elezione.

Visti i diversi equilibri e il coinvolgimento di numerosi esponenti socialisti nell'inchiesta di Mani Pulite, Scalfaro ritenne saggio mandare a Palazzo Chigi un socialista, ma non Craxi. La scelta cadde quindi sul suo braccio destro Giuliano Amato, alla guida di un governo politico con 12 ministri Dc (tra cui Nicola Mancino agli Interni ed Emilio Colombo agli Esteri), 7 Psi (tra cui Claudio Martelli alla Giustizia, poi costretto alle dimissioni per le inchieste giudiziarie) 2 Pli, 2 Psdi e 2 indipendenti (Alberto Ronchey ai Beni Culturali e Giovanni Conso alla Giustizia dopo Martelli).

Il governo Amato I restò in carica 10 mesi, dal giugno 1992 all'aprile 1993, e si trovò a gestire uno dei momenti più delicati dal punto di vista economico, con la svalutazione della lira, l'esplosione del deficit e l'uscita dell'Italia dal Sistema monetario europeo. Pochi giorni dopo aver ottenuto la fiducia dal Parlamento, il governo Amato varò una manovra-monstre da 100.000 miliardi di lire e soprattutto un prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti degli Italiani. Una manovra approvata nottetempo, tra il 9 e il 10 luglio e legittimata solo l'11 luglio con un decreto d'urgenza, quando ormai il prelievo era già avvenuto.

Nel 1993, con molti ministri e sottosegretari indagati nell'ambito di Tangentopoli e con i partiti che lo sostenevano prossimi alla sparizione, il governo Amato diede le dimissioni per lasciare il posto al tecnico Carlo Azeglio Ciampi.

Giuliano Amato, detto il "professor Sottile", torna a Palazzo Chigi 7 anni dopo, il 25 aprile del 2000, subentrando a Massimo D'Alema che un anno prima lo aveva voluto come Ministro dell'Economia al posto proprio di Ciampi, eletto al Quirinale. Il governo D'Alema, non legittimato dalle urne, cadde dopo il disastroso risultato del centrosinistra alle Regionali del 2000, e il presidente Ciampi, constatata l'esistenza della stessa maggioranza che aveva appoggiato D'Alema, diede l'incarico ad Amato.

Il secondo governo Amato durò 13 mesi, dall'aprile 2000 al 31 maggio 2001, quando passò il testimone a Silvio Berlusconi, vincitore delle elezioni di quell'anno. Giuliano Amato entrò anche in lizza per essere il candidato premier del centrosinistra in quella tornata elettorale, ma gli venne preferito Francesco Rutelli.

Il suo secondo governo – appoggiato da Ds, Ppi, Udeur, Rinnovamento Italiano, Comunisti Italiani, Verdi e Sdi – richiamava molto da vicino quello di D'Alema, mantenendo gli stessi ministri chiave (solo la Giustizia passò da Diliberto a Fassino), tra cui Pierluigi Bersani ai Trasporti, e la stessa politica di indirizzo. Come nella prima esperienza, anche in questo caso le polemiche arrivarono sul fronte economico: Amato fu accusato da sinistra di aver fatto una finanziaria "elettorale" che piaceva alle imprese e a Confindustria per confrontarsi con Berlusconi sul suo stesso terreno.

Ora l'ex braccio destro di Craxi – per nulla apprezzato dai figli del leader socialista – è in lizza per tornare a guidare un governo sull'onda del gradimento di Napolitano e dei politici, non certo della piazza, ma anche delle amicizie potenti nei settori finanziari e bancari europei, che si sa in questo momento non guastano.

Foto © Getty Images

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