Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Europa, Inghilterra: artisti contro le sponsorizzazioni della BP alla Tate Britain. Cos’hanno in comune British Museum, Tate Britain, Royal Opera House, National Portrait Gallery, Almeida theatre, National Maritime Museum e Science and Natural History Museum, oltre al fatto che sono tutte prestigiose istituzioni culturali britanniche? Semplice, sono tutte finanziate, in varia misura, dalla British Petroleum.

La più legata alla compagnia petrolifera è la galleria d’arte Tate Britain (del gruppo Tate Gallery), che vede ai suoi vertici nientemeno che Lord Browne di Madingley, amministratore delegato della BP fino al 2007. Nel ricevimento estivo in programma per il prossimo lunedì - al quale parteciperanno artisti, donatori e collezionisti da tutta Europa - la galleria d’arte celebrerà i vent’anni di sponsorizzazione da parte della British Petroleum

La cosa non è piaciuta a Good Crude Britannia, un gruppo di artisti, poeti, scrittori e registi che ha annunciato di voler boicottare il party per sensibilizzare le persone sul disastro della marea nera nel Golfo del Messico.

Il nome del gruppo è un gioco di parole tra “crude” (greggio) e “Rude Britannia”, il titolo di una mostra in programma alla Tate. Altre proteste hanno avuto luogo nel corso di questa settimana. Un gruppo di artisti che si fa chiamare Greenwash Guerrillas aveva distribuito volantini fuori dalla National Portrait Gallery, mentre martedì era stata Greenpeace a esporre una “mostra alternativa”.

La protesta più divertente ha avuto luogo lo scorso mese, quando un altro gruppo chiamato Liberate Tate è entrato nella sala principale della galleria d’arte e ha liberato in aria decine di palloncini neri con attaccati dei pesci morti: un evidente richiamo al disastro provocato dalla marea nera. I palloncini sono poi stati abbattuti dai custodi della Tate a colpi di fucili ad aria compressa.

In merito alle critiche ricevute, la Tate ha dichiarato di avere un comitato etico che esamina periodicamente i contratti di sponsorizzazione, sottolineando che la BP è uno dei più importanti sponsor per l’arte nel Regno Unito. La galleria d’arte ha anche ribadito di lavorare con un’ampia gamma di compagnie e che la maggior parte dei suoi proventi derivano da guadagni per le proprie attività e da fonti private.

Marea nera: Stati Uniti, i pescatori della Louisiana contro la moratoria sulle trivellazioni? Se queste vicende possono far sorridere, rimane grave la situazione nel Golfo del Messico. Come è noto, la marea nera ha gettato sul lastrico l’intera categoria dei pescatori della Florida, che si è vista azzerare completamente la domanda di gamberi e pescato, molto alta prima dell'incidente della Deepwater Horizon.

Nonostante tutto, la Seafood Promotion and Marketing Board (SPMB), associazione di categoria dei pescatori, si è pronunciata contro la moratoria di Obama sulle nuove trivellazioni offshore (moratoria che nel frattempo è stata bocciata dalla sentenza di un giudice federale di New Orleans e che l’Amministrazione Obama intende riproporre). Secondo la SPMB nessun pescatore vorrebbe la fine delle trivellazioni sulle piattaforme oceaniche, che darebbero lavoro dalle 6.000 alle 8.000 persone.

Per Ewell Smith, direttore esecutivo della SPMB, il ragionamento è molto semplice. “Se precipita un aeroplano della Delta Airlines fai chiudere tutto il comparto, anziché far chiudere solo la Delta?” ha affermato. “Non lo fai. Faresti collassare l’economia di tutta la nazione. Ed è esattamente quello che si sta facendo qui”

Le compagnie che gestiscono la pesca commerciale in Louisiana hanno, inoltre, rifiutato di appoggiare una serie di modifiche legislative che consentirebbero allo Stato di procedere più facilmente contro la BP. Le modifiche - che per il momento hanno subito una battuta d’arresto - riguardavano la possibilità di imporre tasse e penali alla compagnia petrolifera per finanziare il recupero delle zone costiere.

Ma, per le società che commerciano in prodotti ittici, la priorità è piuttosto quella di assicurarsi che l’industria della pesca si rimetta in piedi e, soprattutto, che il mercato non venga invaso da prodotti importati dall’estero. In poche parole: lasciamo agli ambientalisti le battaglie per la tutela dell’ecosistema e pensiamo a come ricominciare a vendere il prima possibile il nostro pesce.

Anziché inoltrare cause legali per danni, la Seafood Promotion and Marketing Board ha preferito chiedere alla BP 457 milioni di dollari in vent’anni per finanziare un programma che rimetta sul mercato i prodotti ittici della Lousiana, assicurando che è commestibile e sicuro per la salute. La BP ha già versato al SPMB 2 milioni per “crisis communications”. L’immagine, insomma, è l’anima del commercio. I pescatori condivideranno queste posizioni?

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