Governo Letta: il governo dei think tank e del pensiero unico?

Enrico Letta, Presidente del Consiglio incaricato, porterà, in caso di successo – molto probabile – il mondo di quelli che benpensano al Governo.

Enrico Letta, Presidente del Consiglio incaricato, è un uomo da think tank. Per chi, come il sottoscritto, ha l'idiosincrasia per l'inglese utilizzato a caso, ecco una breve spiegazione.

I think thank sono organismi tipicamente americani, poi diffusisi a macchia d'olio in Europa e anche nel nostro Paese: dietro alla (spesso presunta) indipendenza politica, i gruppi di pensatori "liberi" (chi mai si definirebbe pensatore non libero?) offrono analisi della società, strategie politiche ed economiche, scientifiche e industriali, commerciali e di sviluppo.

Per esempio, è all'interno di Aspen Italia, uno dei think tank più famosi al mondo, per dire, che si era sviluppata l'idea di riportare in auge nel dibattito politico italico il tema del nucleare, poi stroncato dal referendum (e forse da Fukushima). Dopo il risultato referendario, Tremonti disse: «Oggi solo Aspen». Non era una coincidenza.

Anche Enrico Letta, guarda un po', fa parte di Aspen (così come Mario Monti). E fa parte anche di Vedrò, L'Italia al Futuro, il think tank che ha fondato e che riunisce personaggi nati in un certo periodo (dagli anni '60 agli anni '80. I "giovani") e che hanno ben poco in comune, almeno in apparenza.

Di Vedrò fanno parte, per esempio, parecchi politici. Ecco l'elenco che si può leggere anche sul sito ufficiale:

Angelino Alfano, Angelo Argento, Anna Maria Bernini, Francesco Boccia, Giulia Bongiorno, Mara Carfagna, Vito De Filippo, Paolo De Castro, Nunzia De Girolamo, Luigi De Magistris, Paola De Micheli, Filippo Del Corno, Benedetto Della Vedova, Michele Emiliano, Massimiliano Fedriga, Giancarlo Giorgetti, Roberto Gualtieri, Enrico Letta, Mauro Libè, Maurizio Lupi, Marianna Madìa, Giovanna Melandri, Marco Meloni, Alessia Mosca, Andrea Orlando, Filippo Patroni Griffi, Renata Polverini, Laura Ravetto, Matteo Renzi, Debora Serracchiani, Marco Stradiotto, Flavio Tosi, Adolfo Urso, Raffaele Volpi.

Uno schieramento decisamente trasversale. E ci sono anche giornalisti, accademici, manager, magistrati e sportivi. Intendiamoci: non c'è proprio nulla di male, nell'appartenere a un'associazione che si autodefinisce think tank. Quel che lascia perplessi, ma che in fondo è perfettamente coerente con l'evoluzione più recente della politica in Europa, è l'annichilimento delle differenze in nome di una presunta superiorità di determinate "menti" che benpensano, che fanno parte di autoproclamate elite di pensatori che sanno cos'è meglio per la società e per il paese.

Non sembra strano a nessuno che Letta sia "associato" ad Alfano (peraltro, con i due attualmente protagonisti del tentativo di formare un secondo governo di larghe intese, dopo quello di Mario Monti, e, almeno in teoria, su posizioni diametralmente opposte)? Che nella stessa associazione ci siano Renzi e Serracchiani, Polverini ed Emiliano? De Magistris e Melandri, Tosi e Lupi?

Attenzione: qui non si intende affatto cedere alla tentazione del "tutti uguali" di grilliana memoria. Personalmente, so benissimo che non sono "tutti uguali", e anzi, sono ugualmente critico nei confronti del pensiero monolitico proposto dalla superficie del Movimento Cinque Stelle. Intendo piuttosto sottolineare come esistano delle strutture associative più o meno trasparenti (Aspen è decisamente opaca, Vedrò è più "limpida") di circolazione di idee che somigliano molto al pensiero unico, e che vedono protagonisti personaggi della vita pubblica e politica del nostro paese che, almeno sulla carta, dovrebbero essere su sponde e con idee diametralmente opposte, la cui sintesi è pressoché impossibile.

Eppure, nella presentazione di Vedrò si legge:

«I vedroidi [così sono chiamati coloro che contribuiscono all'associazione, ndr], oltre che dal dato generazionale, sono accoumunati dalla disponibilità ad apprendere costantemente, a mettersi in discussione, ad analizzare temi e fenomeni senza barriere ideologiche o tesi precostituite, secondo una chiave interpretativa lungimirante che vada oltre la contingenza dei dibattiti in corso».

Quindi, negazione delle ideologie, negazione delle differenze, "lungimiranza": insomma, i think tank si autoeleggono portatori di verità a lungo termine.

Eppure dovrebbe essere chiaro (addirittura, dovrebbe essere una banalità filosofica) che non esista affatto la neutralità, che non esista l'idea "giusta" per tutti. Esiste, forse, quella "meno sbagliata" (è la democrazia, signore e signori, funziona così, almeno in teoria).

I think tank sono tremendamente simili al monolite cognitivo. E mi sembrano pericolosi in quanto portatori (in)sani di una dittatura del pensiero unico. Se ne riconoscono i germi nelle frasi come quella di Napolitano: «Non esistono alternative». Esistono sempre alternative. Il dubbio è democratico. La certezza no.

Infatti, sarà interessante vedere quanti afferenti al mondo dei think tank faranno parte del governo, qualora dovesse formarsi. E come si comporteranno nei sui confronti i giornalisti che fanno parte di Vedrò.

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