Bush J. convoca Obama e gli ex per l'inaugurazione del museo che ripercorre la sua carriera

All'inaugurazione del museo dedicato a George Bush Junior, con l'attuale presidente Obama, gli ex-sopravvissuti e le rispettive first lady.

Sessantasei anni, dei quali otto (dal 2001 al 2009) vissuti in veste di controversa guida degli stati Uniti d'America, ecco il tema della mostra permanente dedicata al "regno" del 43° eletto alla casa bianca. Il Bush Center, un imponente edificio, con tanto di biblioteca interna, ospitato presso il campus della Southern Methodist University di Dallas e circondato da vari acri di parco che aprirà i battenti al pubblico il primo maggio prossimo, è già stato teatro di un evento dalla risonanza internazionale. Si tratta della sua presentazione, per la quale George Bush Junior ha convocato il presidente in carica e i suoi predecessori ancora in vita. Un'immagine non usuale, quella che permette di veder riuniti, gomito a gomito, il presidente Obama, accompagnato dalla first lady Michelle, Bill Clinton (1993-2001), George H.W. Bush (1989-1993) e signora, per finire con il decano Jimmy Carter (1977-1981).
Un mausoleo non postumo nel quale il dedicatario tesse le sue lodi e cerca di sdoganarsi dall'immagine di texano trucido e poco competente, vestito da "comandante in capo" dalla contingenza di una delle più grandi tragedie della storia recente, non esitando ad ospitare sul proprio sito una foto indicativa, che rappresenta il presidente del centro, Mark Langdale, ritratto recentemente nei locali del Bush Center al fianco del dissidente cinese Chen Guangcheng.
E' proprio Langdale a riassumere la storia di Bush J. con una frase emblematica, secondo la quale si tratta:

di un presidente che pensava che il suo mandato sarebbe stato consacrato agli affari interni e che si è ritrovato a dover difendere il paese.

Basterà un'iniziativa che, per quanto lodevole, puzza di colpo mediatico, a far dimenticare l'invasione dell'Irak nel 2003, l'onda lunga della ricostruzione dell'uragano Katrina, la grande crisi economica nella quale ha lasciato il paese, e a respingere le pesanti accuse che lo vorrebbero responsabile, insieme alla sua équipe, d'aver sostenuto la tortura nella "guerra al terrorismo"? Noi crediamo proprio di no e, di sicuro, non siamo i soli.

Photo by Alex Wong/Getty Images.

Via | liberation.fr/monde

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