Festival del Giornalismo: Live! Sta succedendo adesso #IJF13

La compagnia telefonica cui affido la mia connessione in mobilità non funziona, nella sala del Dottorato a Perugia, dove partecipo, insieme a Cinzia Bancone di Tv Talk, e a Celia Guimaraes di Rai News, a un incontro (chiamatelo "panel" se preferite l'inglese" dal titolo "Live! Sta succedendo adesso" (nel video, realizzato da Gaia Saviotti un breve estratto).

Molto appropriato, penso, visto che in questo modo potrò uscire dal flusso di notizie, dal bombardamento di news, tweet e compagnia cantante per le due ore del panel. «Prometto che non twitterò durante l'incontro», dico, dopo che Cinzia – per ovvie ragioni televisive – ci presenta tutti al pubblico.


Quando mi siedo dalla parte del microfono mi chiedo sempre se mi limiterò a raccontare, insieme ai miei "colleghi di palco", cose che rimarranno fra di noi o se riusciremo a dire qualcosa che possa interessare il pubblico. Mi chiedo se mi ascolterei, dalla platea, oppure se, ad un certo punto, annoiato, mi metterei a cercare notizie su Twitter. Ragion per cui, nella fase di preparazione del "panel", con Cinzia e Celia abbiamo concordato di non fare lezioni e di non portare tesi preconfezionate, trite e ritrite, ma di andare a braccio, come in un talk show.

Si parla, come si può intuire dal titolo, della copertura "live" delle notizie. Di come si siano evolute la tecnicnica, le risorse, le fonti. Ma anche dell'ossessione per la diretta, un'ossessione che accomuna il giornalista e il blogger (la differenza, per me, è ormai inesistente ed è mera questione di forma), che passa dal web alle all news per arrivare anche ai programmi settimanali, persino quelli registrati. Anche su Blogo il live è diventato, da quando ne sono direttore responsabile, un punto di forza dal quale non si può più prescindere.

Cinzia racconta che a Tv Talk hanno il tempo di assistere alla nascita e alla morte di una notizia. E si parla, per esempio, dell'attentato di Boston che, almeno in Italia, era già "morto", giornalisticamente parlando, meno di 48 ore dopo. Anche se le indagini e poi la "caccia all'uomo" sono state rapidissime.

Celia parla di RaiNews e dell'organizzazione, della necessità di essere presenti sia in televisione sia sul web, per soddisfare la domanda sempre crescente dei "followers".

Andiamo a braccio, come detto, ma abbiamo una scaletta, che riporto di seguito

    Live: sta succedendo adesso!

    1) La diretta. Come è cambiato il modo di dare le notizie e di coprire gli avvenimenti da quando i "live" sono non solo in televisione ma anche sul web e sui social media

    2) La tv generalista o gli eventi di massa: continuano a generare "chiavi di ricerca" di cui occuparsi. E' ancora vero che "esiste ciò che accade in tv?" E la tv, riesce a tenere il passo del flusso? Esperienze dalle all news e dalla "differita"

    3) Il second screen

    4) Quali sono i rischi del seguire il flusso delle notizie in diretta: cantonate, problema delle fonti, mancanza di approfondimento, paradossi (per esempio: se si commenta per iscritto una partita di calcio, si sta guardando la partita di calcio? Oppure: se si commenta live un evento cui non si assiste in alcun modo, che valore aggiunto ha il proprio commento? Penso ad esempio alla primavera araba e ai retweet...).

    5) Google: è l'editore di tutti, sul web. I "live" esistono se si esiste su Google, a meno che non si possa contare su un pubblico di lettori "diretti"

    6) Tutti fanno il liveblogging: un tempo erano solo i blog. Adesso tocca anche ai big: Ansa, Repubblica, Sorrisi e Canzoni, Vanity Fair: tutti fanno live.

    7) Qual è il limite? Il sistema può "esplodere"? Il flusso di notizie, fino a che punto può arrivare prima che il rumore di fondo e l'eccesso di informazioni rendano il tutto non più gestibile né controllabile?

    8) Giornalisti e blogger: le due figure si assomigliano sempre di più? Chi attinge da chi?

    9) Il live per imagine e l'ossessione per lo streaming

    10) Il presente e il futuro. Gli approfondimenti sono morti? O un giorno si potrà tornare ad approfondire? E' immaginabile un futuro di "slow news"?

Sulla scaletta abbiamo, naturalmente, punti di vista diversi. Celia, per esempio, è meno "pessimista" di me relativamente alla grande influenza di Google sull'editoria.
Cinzia rilancia sulle tematiche di cui deve essere garante il giornalista: l’agenda, il fact checking e l’approfondimento. E poi usa una parola chiave che dovrebbe essere fondamentale per tutti: l'etica. Celia sottolinea ancora una volta, l'importanza di «controllare quello che avviene in corso d’opera», anche se si è travolti dal flusso delle notizie. E cita, giustamente, le "fascette rosse" dei titoli delle all news. Che ovviamente diventano importantissime per capire di cosa parlare anche sul web.

La cosa che dimostra come il panel stia funzionando è il fatto che usciamo presto dal seminato della scaletta. Dopo un'oretta di chiacchiere, un pubblico molto partecipe comincia ad intervenire senza solleciti, con domande che ci fanno rimbalzare dal live al giornalismo, dalla sostenibilità economica dei modelli editoriali alle assurde dirette sul nulla, dal social media editor (figura sulla quale mi diverto a provocare un po', dicendo che in fondo è un illusionista: deve far credere al suo datore di lavoro di saper intercettare il "volere della gente sui social", e deve far credere alla "gente sui social" che i suoi contenuti sono quelli che "la gente vuole condividere") al problema dell'approfondimento, della ricerca delle fonti e della notiziabilità degli argomenti (un tema, dico, che mi genera problemi ai limiti del patologico, visto che una delle questioni cui ho dedicato personalmente la mia attività giornalistica "slow" in maniera approfondita è il terremoto dell'Aquila. Che, al netto delle celebrazioni e della rappresentazione del dolore, oggi non è più notiziabile, e non lo è stato dopo pochissime settimane dal tragico evento, eccezion fatta per qualche intercettazione che solleticava la pancia dell'indignazione). All'inchiesta, che non è sostenibile.


Qualcuno, dalla platea, fa notare che l'ossessione per la diretta genera "mostri". Le dirette fiume sul nulla quando chiudono i seggi. Le dirette fiume con le telecamere che inquadrano il comignolo del Vaticano (durante le quali, ahimé, bisogna per forza inventarsi cose. E così, diventa notizia persino il gabbiano che si appoggia sul comignolo e sta lì a scrutar la folla. Anche se qualcuno, su Ecoblog, per esempio, prova ad approfondire anche una notizia così futile. Perché non è normale che ci siano i gabbiani, in Vaticano). Ha ragione, il nostro interlocutore attento. Ma non posso non fargli notare che anche lui, evidentemente, fa parte di una nicchia. Altrimenti non si spiegherebbe perché alle 15.01 del 25 febbraio 2013, appena chiusi i seggi, i picchi di accesso su Polisblog (picchi estremamente significativi) arrivavano da chi cercava sui motori di ricerca "risultati elezioni 2013".

E ci ritroviamo così immersi in una bella discussione che sfora i termini temporali dedicati all'evento, fra il serio ed il faceto, fra la viralità delle notizie e la "colonna della vergogna" di Repubblica e Corriere (quella di destra, ci siamo capiti), fra gli influencer (che sono, a mio avviso, un grosso equivoco: se tutti diventano influencer, va a finire che nessuno è influencer) e le operazioni editoriali e di marketing che funzionano (scevro dal suo significato politico odierno, il blog di Beppe Grillo, in tal senso, è quantomeno un'operazione editoriale e di social media marketing meravigliosamente riuscita), fra i social che costringono i giornalisti a diventare "prodotti" di se stessi, guru, e altre idee di giornalismo (per me il giornalista è un canale fra le informazioni e chi le legge.


La sensazione è bella, di arricchimento, di aver ricevuto dal pubblico presente qualcosa di utile per capire come lettori e addetti ai lavori percepiscono quel che facciamo, e quella di aver lasciato, probabilmente, qualcosa di altrettanto utile. Scrivo "qualcosa", utilizzando un termine generico, perché ciò che ti fa capire che un incontro ha funzionato è impalpabile e indefinibile, anche se c'è.

Ma tornando al mestiere, come si lascia qualcosa di utile anche al lettore? Cercando il valore aggiunto. Per esempio, utilizzando le fonti estere quando si parla di questioni estere. E di evitare come la peste le fonti nostrane.


Probabilmente la sensazione è che chi comunica per lavoro, oggi, debba essere un po' blogger e un po' social media editor, un po' giornalista, un po' lettore.

Che l'approfondimento – ahinoi – sia quella cosa che, se riesci a veicolare socialmente con un titolo accattivante genera una ridda di commenti che, nell'80% dei casi, non centrano il tema. E che se invece mantieni sobria (giacché trattandosi di approfondimento, generalmente, non si presta a un titolo-shock) non si fila quasi nessuno, se non quelli già potenzialmente interessati. Che forse il futuro potrebbe essere di approfondimento "a pagamento" (ma chissà se il modello è sostenibile).

E che sarebbe bello potersi dedicare alle slow news, ma bisogna fare i conti con la necessità di "fare traffico", ovvero di portare lettori sulle nostre pagine.

Pagine che un domani dovrebbero assomigliare sempre di più a storify, secondo me.

A chi chiede se ci sarà il tempo, in futuro, di leggere tutte queste "notizie", dico che la mia preoccupazione, piuttosto, nasce dal fatto che spesso non ho il tempo di scrivere gli approfondimenti (o gli editoriali, o i pezzi come questo) perché sono a mia volta travolto dal flusso di quel che "devo" scrivere o far scrivere perché è necessario, visti i segnali di interesse che danno, giorno dopo giorno, le keyword che generano accessi dai motori di ricerca.

Speranze e contraddizioni, insomma, tutto in un breve "panel" al Festival del Giornalismo. Ma il bello è che si potrà approfondire ancora. In rete, per esempio.

Alberto Puliafito,
Direttore responsabile di Blogo.it
@albertopi

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