Crollo del palazzo in Bangladesh, lavoravano anche per Benetton

L'agenzia AP Photo pubblica alcune fotografie di abiti con etichette Benetton sotto le macerie del Rana Plaza, il palazzo crollato il 24 aprile in Bangladesh: l'azienda smentisce ogni coinvolgimento.

Il crollo del Rana Plaza a Savar, nella regione di Dhaka in Bangladesh, un enorme palazzo divenuto una fossa comune di poveri disperati, otto piani di cemento armato sgretolatisi sui corpi di tremila lavoratori-schiavi, sta lentamente restituendo al mondo i suoi incubi di sempre, le sue sporche responsabilità.

A volte basta un'etichetta a raggelare il sangue, a macchiare di tricolore le tragedie altrui; un'etichetta che è come una doccia gelata, una semplice etichetta sul collo di una camicia di cotone che insinua dubbi, deflagra timori, un'etichetta che è in realtà un filo di cotone teso tra due continenti, l'Asia e l'Europa, tra due paesi, il Bangladesh e l'Italia.

E' stato il fotografo Kevin Frayer di AP Photo a mostrare al mondo quell'etichetta sul collo di una camicia sgualcita tra le macerie: recita il marchio "United Color Of Benetton" e rischia di diventare la pistola fumante del capitalismo globale italiano, della produzione delocalizzata dal Veneto all'Asia: una sorta di capo d'accusa impresso sul cotone e sulla pellicola, una firma, quattro parole che occorre strizzare gli occhi per poterle leggere ma che sono chiare come un "Salve" sullo zerbino di casa.

United Color Of Benetton.

Una foto violenta, tragica, tra carte, cemento, sangue, polvere. Tutti elementi impersonali che ci trascinano dall'altra parte del mondo, inoculando un dubbio chirurgico, preciso, che fa venire i dolori allo stomaco: è vero ciò che vedo? Non è solo Benetton, sia chiaro: in questi casi le cattive abitudini sono più globali di quelle buone: la spagnola Mango e l’inglese Primark sono altre due case prestigiose che avrebbero impiegato i lavoratori-schiavi del Raza Plaza:

Sul loro sito web, le aziende elencano tra i loro clienti altrettanti noti brand, tra cui C&A, KIK e Wal-Mart, già noti alle cronache per l'incendio nella fabbrica bengalese Tazreen, dove 112 lavoratori sono morti esattamente cinque mesi fa, e, per quanto riguarda la tedesca KIK, per l'incendio della pakistana Ali Enterprises, dove quasi 300 lavoratori sono morti lo scorso settembre.

L'accusa la lancia apertamente la Campagna Abiti Puliti (Clean Clothes Campaign) un'associazione internazionale che dal 1989 si impegna per assicurare il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori di tutto il mondo attraverso la sensibilizzazione e la mobilitazione dei consumatori, la pressione sulle imprese e i governi. L'azienda di abbigliamento e moda italiana ha immediatamente smentito le accuse:

Riguardo alle tragiche notizie che provengono dal Bangladesh, Benetton Group si trova costretta a precisare che, contrariamente a quanto indicato in alcuni lanci di agenzie di stampa italiane e internazionali e siti web, i laboratori coinvolti nel crollo del palazzo di Dacca non collaborano in alcun modo con i marchi del gruppo Benetton.

Una nota che però non è utile a dissipare il dubbio, ad alleviare lo sconforto, una nota che non spiega, non giustifica, non cancella quella foto: 371 morti accertati e circa 2.500 feriti sono solo il bilancio provvisorio di quella tragedia che si sta lentamente trasformando in sciagura, con l'olezzo di corpi martoriati ancora da estrarre dalle macerie, ormai senza vita da cinque giorni. Luoghi dove ora gli unici suoni sono le urla e i ronzii delle mosche.

Una nota, quella di Benetton Group, che non spiega quest'ordine del 29 settembre scorso, in possesso a Clean Clothes Campain e ritrovato anch'esso tra le macerie del Rana Plaza: un secondo indizio, 30.000 articoli commissionati, una seconda "presunzione semplice", che potete consultare anche di seguito, rimpinguante la tragica tesi di schiavi intenti a cucire maglieria italiana, prima dell'abisso, dell'orrore.

Aziende importanti come la Benetton hanno la responsabilità di accertare a quali condizioni vengono prodotti i loro capi e di intervenire adeguatamente e preventivamente per garantire salute e sicurezza nelle fabbriche da cui si riforniscono

ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti. In Bangladesh, dopo questa tragedia, sono ancora 3 milioni i lavoratori-schiavi delle case di moda occidentali: 4.000 fabbriche in cui le condizioni di lavoro sono spesso disumane, ma dove l'alta moda ne esce splendida, globale, colorata e felice: il Bangladesh è il secondo esportatore di prodotti tessili al mondo.

Nei giorni scorsi erano già circolate notizie sulle condizioni disumane di lavoro nel Rana Plaza: solo il 23 aprile scorso, il giorno prima della tragedia, lo stabile era stato dichiarato inagibile da alcuni ispettori (l'edificio era costruito abusivamente su di un lago prosciugato), ma le minacce di alcuni datori di lavoro ai dipendenti avevano costretto questi ultimi a lavorare ugualmente.

Per l'ultima volta.

Via | Clean Clothes Campaign
Foto | AP Photo

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