Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Medio Oriente: Israele, il Governo decide la deportazione di quattrocento bambini figli di immigrati. La decisione è controversa e si può riassumere in poche righe. In pratica quei figli di lavoratori immigrati che non rispondono ai criteri stabiliti dal Governo dovranno lasciare il Paese entro un mese.

Il quotidiano israeliano Haaretz fa una stima di circa 400 bambini classificati come “indesiderati”, che saranno quindi deportati nei paesi di origine dei genitori.

La decisione è stata approvata nonostante l'opposizione di alcuni membri del Governo, tra cui il Ministro dell'Istruzione Gideon Sa'ar (che ha chiesto di tutelare lo status giuridico dei bambini in età prescolare) e del Ministro delle infrastrutture Benjamin Ben-Eliezer. "Questo non è lo Stato ebraico che conosco, se deporta dei bambini" ha dichiarato Ben Eliezar durante la seduta del Governo in cui è stata votata l'espulsione dei figli di immigrati.

All'interno della società israeliana, una delle proteste più accese è venuta dal premio Nobel e sopravvissuto all’Olocausto Elie Wiesel, che ha dichiarato di stentare a credere che simili cose possano accadere in Israele, chiedendosi dove siano finiti lo spirito e la compassione ebraici.

“Siamo un popolo che ricorda tutte le deportazioni che riempiono la storia della nostra gente” ha affermato Wiesel, aggiungendo che si sarebbe aspettato maggiore sensibilità da parte dello Stato di Israele nei confronti di persone che soffrono la stessa situazione.

Wiesel si chiede come sia possibile che lo Stato ebraico deporti 400 bambini nati in Israele e che frequentano le scuole ebraiche, aggiungendo di essere sicuro che un fatto simile non si sarebbe mai verificato ai tepi di Begin, l'ex Premier che aveva aperto le porte di Israele a rifugiati vietnamiti.

Elie Wiesel è particolarmente sensibile al tema, dal momento che è a capo di una fondazione (The Elie Wiesel Foundation for Humanity) che finanzia progetti umanitari per i rifugiati del Darfur.

Medio Oriente/Americhe: il Presidente brasiliano Lula offre asilo politico alla donna iraniana condannata alla lapidazione. Si possono fare affari sugli scambi di uranio e sostenere in sede internazionale il programma nucleare di Teheran, ma a tutto c’è un limite.
Così deve aver pensato Luiz Inacio Lula da Silva, quando ha deciso di offrire asilo politico a Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata alla lapidazione per adulterio da un tribunale iraniano.

L’Iran non ha ancora risposto alla richiesta di Lula. Formalmente un leader straniero non potrebbe interferire con le decisioni di un tribunale, ma è chiaro come una presa di posizione di questo tipo possa avere una qualche influenza sul regime degli Ayatollah. Soprattutto se si considera che la richiesta viene da uno di quei pochi partner commerciali (insieme alla Turchia) che rompe l'attuale isolamento iraniano in merito al proprio programma nucleare.

Per approfondire la questione delle condanne a morte per adulterio in Iran, vi segnalo l’articolo scritto per il britannico Guardian dall’iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, in esilio a Londra dal 2009.

Appoggiandosi alla sua esperienza come giudice nel periodo precedente all'avvento al potere degli Ayatollah, Ebadi analizza in modo puntuale la legislazione iraniana e il diritto internazionale, evidenziando come la rivoluzione khomeinista abbia deciso di punire l’adulterio con pene considerate troppo severe anche per gli standard del mondo islamico.

Il giro del mondo in tremila battute va in vacanza e torna dopo il 22 agosto.

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