Ore 12 - Si stava meglio quando si stava peggio?

altroL’ultima trovata di Silvio Berlusconi è di andare alle (eventuali) elezioni anticipate cancellando il simbolo del (fallito) Pdl e mettendoci solo il proprio nome.

Così da partito padronale si passa alla persona-partito.

L’obiettivo è sempre lo stesso: la crociata per vincere con il voto, fare dell’Italia una repubblica plebiscitaria con l’inevitabile sbocco di un Paese in mano all’Unto del Signore. Chi ferma questo disegno?

Non Di Pietro, le cui ragioni sono offuscate da una pericolosa logica “giustizialista”. Non il Pd, le cui ragioni non convincono per l’inconsistenza identitaria e progettuale. Non la sinistra ex comunista, sconfitta dalla storia e dagli elettori.

Non i “centristi”, se restano attaccati alla nostalgia della prima repubblica.

Sbaglia chi non riconosce il valore storico della DC, ma la riproposizione di quel partito tout court non ha senso, anche perché quella gestione del potere (deriva correntizia, reti clientelari ecc.) era già logorata fin dai primi anni ’70, tant’è che Aldo Moro cercò quel rinnovamento che poi la storia negò tragicamente.

Perso il riferimento ideologico, nessun partito si rinnovò, trasformandosi in meri strumenti di potere.

Da quella crisi, Berlusconi fu capace di cavalcare l’onda plebiscitaria, presentandosi come l’antipartito (contro i partiti corrotti e sempre indecisi), l’uomo della provvidenza, capace di ascoltare e decidere.

Il potenziale antidemocratico c’è, ma non è vero che Berlusconi ha tolto la democrazia agli italiani: è però chiaro il fallimento “riformatore” del suo disegno politico, ridotto a difesa del proprio potere.

Bossi, poi, con il federalismo vuole in realtà la secessione, cancellando metà Paese.

Insomma, si stava meglio quando si stava peggio. Allora?

Bisogna voltare pagina, ma senza tornare al passato. Senza democrazia si rischia il bavaglio. Serve però una democrazia che decide. Senza i partiti non c’è democrazia. Ma non partiti meramente personalistici e clientelari.

Di qui l’esigenza di profonde riforme anche istituzionali e politiche: più potere al presidente del consiglio (come in Germania) e all’esecutivo, controbilanciati da un parlamento forte e rappresentativo.

E una riforma elettorale con un sistema proporzionale con una alta soglia di sbarramento. E un federalismo nazionale che unisca e non divida.

Berlusconi non va certo in questa direzione. E gli altri dove vanno?

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