Iene e giochi di palazzo. Berlusconi invoca l'unità

Berlusconi e Fini

Al termine di una calda e complicata giornata politica estiva, ieri il Cavaliere ha improvvisamente deciso di cambiare tono con i sostenitori del Presidente della Camera. Rispondendo ad una nota conciliante dei senatori finiani, il Presidente del Consiglio ha manifestato apprezzamento per lo "spirito costruttivo" da questi dimostrato ed ha auspicato il ritrovamento dell'unità politica da parte di tutti i componenti della maggioranza. Anche perché - ha chiarito Berlusconi - gli elettori del Pdl non capirebbero divisioni dettate soltanto da "giochi di palazzo".

Dicono che il tono del Premier sia così mutato in seguito alle minacce dei finani e ad una burrascosa telefonata tra l'on. Ghedini, in veste di "uomo del dialogo" (o forse, più semplicemente, di avvocato del Presidente), e l'on. Bocchino. Telefonata successivamente smentita dallo stesso Ghedini. Ma cosa avrebbero minacciato i sostenitori di Gianfranco Fini per determinare un cambiamento di rotta tanto drastico quanto repentino?

Semplicemente di approfondire vicende sulle quali, da diversi anni ormai, insistono giornalisti come Marco Travaglio. Vicende a fronte delle quali la questione dell'appartamento monegasco di An, su cui da giorni insistono il Giornale e Libero, appare poco più che una sciocchezzuola: dal modo in cui fu acquistata la villa di Arcore ai rapporti d'affari tra Berlusconi, Gheddafi e Putin. Per non parlare delle società offshore riconducibili al Premier. E così via.

La visione del quadro d'insieme appare, a dir poco, nauseante. A buon diritto Famiglia Cristiana esprime, in questi giorni, il proprio giustificatissimo "disgusto" per la classe politica al potere. E non si venga a propinare la solita, vecchia e abusata distinzione tra politica e morale, poiché "distinzione" non significa "dicotomia"! La politica non deve e non può diventare sinonimo di "gestione immorale del potere".

Quel che appare più difficilmente accettabile è il fatto che coloro che negli scorsi mesi hanno avviato un'encomiabile battaglia per la legalità, intesa, come ha giustamente precisato Fini nella conferenza stampa successiva alla sua cacciata dal Pdl, "nel senso più pieno del termine", vale a dire anche, e soprattutto, come "etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole”, utilizzino adesso proprio l'argomento della legalità come strumento di lotta politica.

Il messaggio lanciato dai finiani è traducibile, più o meno, in questi termini: "attenti ad insistere sui peccatucci di Fini, altrimenti cominciamo a sbandierare tutte le malefatte del Premier!". Malefatte che comprenderebbero cose quali la circonvenzione di una giovane ereditiera, illeciti penali contro la personalità dello Stato, evasione fiscale, ecc.

Ebbene, se i finiani ritengono che queste vicende siano realmente accadute, posto il loro conclamato senso dello Stato, delle istituzioni e della legalità, essi non dovrebbero continuare ad appoggiare il Governo di un malfattore. Diversamente, se - come hanno sempre mostrato di credere - continuano a reputare tutte queste vicende false o irrilevanti, essi non dovrebbero servirsene come arma di ricatto. Facedo così, finiscono col giocare con quei valori che pure proclamano sacri e intangibili.

Da questo punto di vista Bossi e i leghisti sono molto più coerenti, quantomeno alle finalità del loro movimento, che, come recita l'art. 1 dello Statuto della Lega Nord, consistono nel "conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici" e nel "suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana".

I leghisti non insistono sul tema della legalità. Per loro la legalità è solo ed esclusivamente lotta alla delinquenza comune e non c'entra nulla con l'etica pubblica e il senso dello Stato. Non negano quelle vicende che i finiani ora recuperano strumentalmente, ma le reputano irrilevanti ai loro fini.

Essendo il loro scopo ultimo la secessione, e quindi la distruzione dello Stato nella sua attuale forma, non possono rispettare ciò che intendono annientare. L'alleanza con Berlusconi è, dunque, per i leghisti, motivata soltanto dalla circostanza, del tutto contingente, che Berlusconi è, allo stato attuale, colui che politicamente può concedere di più alla Lega.

La resa dei conti tra berlusconiani e finiani somiglia, invece, al finale del film "Le iene" di Quentin Tarantino. Un epilogo tragico che - a dispetto di tutte le concezioni più pessimistiche o darwinistiche della società e della politica - ben rappresenta lo scenario di estrema desolazione cui conduce la cieca ed esasperata ricerca dell'interesse personale.

Foto | Flickr

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