Democrazia autoritaria e neo-machiavellismo: Veltroni scrive all'Italia

Veltroni

Un'analisi lucida ed appassionata emerge dalla lettera di Walter Veltroni, pubblicata ieri sul Corriere della Sera. Una missiva indirizzata al proprio Paese in forza di due titoli di legittimazione che lo stesso Veltroni sente - a buon diritto - di potersi riconoscere: i quattordici milioni di voti ottenuti alle elezioni politiche di due anni fa e l'essersi fatto da parte, dopo la sconfitta, assumendosi responsabilità certo non addebitabili esclusivamente a lui ed alle sue scelte.

Tra i passaggi più interessanti, due hanno colpito, in particolare, la mia attenzione. Innanzitutto, il riferimento ai rischi di affermazione di una "democrazia autoritaria" che potrebbero derivare dall'idea che "che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più 'utile' sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia". Si tratta di una questione antica, che oggi acquista, tuttavia, una drammatica attualità.

Gli strumenti di deliberazione democratica richiedono tempo, quel tempo che spesso manca nelle vorticose dinamiche dell'odierna società complessa e sempre più multiculturale. E' noto come lo stesso Jean-Jacques Rousseau, grande teorico della democrazia diretta, ritenesse impossibile applicare tale regime politico a società di grandi dimensioni. E come rifiutasse la stessa idea di rappresentanza politica, che - a suo dire - non era in grado di tradurre in concreto il principio di sovranità popolare.

Ma il decisionismo erode le basi stesse della democrazia. Basti guardare allo svuotamento sostanziale del ruolo e delle funzioni del Parlamento, al quale assistiamo ormai da tempo in Italia. L'attività di produzione normativa è quasi esclusivamente in mano al potere esecutivo: a fronte di una progressiva diminuzione del numero di leggi approvate si registra un costante incremento della quantità di decreti-legge, decreti legislativi e regolamenti governativi.

Per non parlare, poi, del sempre più frequente ricorso all'istituto della fiducia che, di fatto, consente di superare il normale iter di discussione e di approvazione dei testi legislativi più importanti. Veltroni, nella sua lettera, ben rappresenta tale situazione, rilevando che "l'unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente. Ma questa comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell'equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell'abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali. Bisogna semplificare e alleggerire, bisogna considerare il tempo delle decisioni come una variante non più secondaria".

Un altro passaggio interessante è quello in cui si coglie la tendenza, ormai dilagante nella cultura politica italiana, ad una sorta di "neo-machiavellismo": "In questa estate orrenda - scrive Veltroni - non per caso la frase più citata dai leader politici è stata 'Mi alleo anche con il diavolo pur di...'. Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell'idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica".

Il fine, dunque, qualunque esso sia, prevale (o meglio: deve prevalere) sul mezzo. Il che implica, in primo luogo, una spregiudicatezza politica sempre più dimentica dei tragici insegnamenti del XX secolo. Il perseguimento dell'utile politico fine a se stesso obbedisce alla logica del più forte, generando, infine, regimi autoritari e liberticidi.

A ciò si aggiunga che, guardando proprio al panorama politico del nostro Paese, i fini cui tendono le forze in campo non sempre rientrano negli orizzonti di valore definiti dalla Carta repubblicana: si vedano, ad esempio, gli espressi riferimenti alla secessione e alla formazione di un nuovo Stato indipendente e sovrano contenuti nell'art. 1 dello Statuto della Lega Nord.

Merci sempre più rare nel dibattito pubblico sono proprio quella passione politica per il bene comune e quell'impegno civico di antica e nobile tradizione che - bisogna ammetterlo, anche qualora non si condivida l'analisi proposta - emergono in modo evidente dalla bella lettera di Veltroni.

Foto | Flickr.it

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