Convenzione per le riforme, Rodotà: «Assalto alla Costituzione»

La convenzione per le riforme non piace assolutamente a Stefano Rodotà. Ecco perché.

Stefano Rodotà sulla Convenzione per le riforme

La convenzione per le riforme è destinata a far discutere prima ancora della sua formazione.

Per Stefano Rodotà, di nuovo attivissimo politicamente, dopo che il suo nome è tornato insistentemente alla ribalta durante le elezioni del Presidente della Repubblica – intendiamoci: non è che Rodotà si sia ritirato a miglior vita. Semplicemente, non ha più partecipato, volontariamente, alla vita politica nelle sue pmanifestazioni partitiche ma si è dedicato ad altre questioni più partecipative. Fra cui, come ama ricordare lui stesso, il referendum per l'acqua pubblica – l'idea che dovrebbe diventare uno dei capisali del governo Letta non ha proprio niente di positivo.

Su Repubblica, Rodotà ha scritto una lunga considerazione dal titolo Assalto alla Costituzione.

Tanto per cominciare, Rodotà fa notare che la situazione politica incerta deriva dal fatto che il vero vincitore di questa tornata elettorale è Silvio Berlusconi:

«Come, e da chi, sarà governato questo paese nella fase che si è appena aperta? La prima risposta è tutta politica e deve partire dalla constatazione che Berlusconi è il vincitore della partita sulle macerie del Pd».

Incipit lucido per un'analisi che prosegue ancor più lucida sul fatto che Berlusconi, ancora una volta, potrà decidere a suo piacimento quanto dovrà durare, il governo Letta:

«Non sarà solo il lord protettore di questo governo, ma il depositario di un potere di vita e di morte».

Ma anche nel caso in cui Berlusconi dovesse lasciare l'agone politico – cosa che in effetti appare decisamente improbabile – c'è di che preoccuparsi proprio per la convenzione, secondo Rodotà.

Ecco perché:

«Il punto più inquietante della linea istituzionale enunciata dal presidente del Consiglio risiede nella proposta di istituire una Convenzione per le riforme. Preoccupa il collegamento tra riforma elettorale e modifiche costituzionali, che contraddice la proclamata urgenza del cambiamento della legge elettorale e rischia, in caso di crisi, di farci tornare a votare con il porcellum (legge che contiene un clamoroso vizio d'incostituzionalità). Preoccupa la spensieratezza con la quale si parla di mutamento della forma di governo. Preoccupa lo spostamento in una sede extraparlamentare di un lavoro che - cambiando il titolo V della Costituzione, l'articolo 81, le norme sul processo penale - le Camere hanno dimostrato di poter fare, con il rischio di avviare un improprio processo costituente "suscettibile di travolgere l'insieme della Costituzione" (parole di Valerio Onida nella relazione dei "saggi"). Inquieta la pretesa di Berlusconi di vedersi attribuire la presidenza di questa Convenzione, dopo essere stato l'artefice di una riforma costituzionale clamorosamente bocciata nel 2006 da sedici milioni di cittadini».

Poche righe per spiegare perché questa riedizione della Bicamerale non solo non stia in piedi, ma sia anche pericolosa per le modifiche che potrebbe attuare in maniera nient'affatto democratica.

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