Il giro del mondo in tremila battute: speciale Kurdistan

Vi abbiamo già raccontato in un precedente post della situazione altamente esplosiva del Kurdistan turco, di cui trovate qui una cartina dettagliata. Il sud-est della Turchia (soprattutto nelle zone di confine con il nord Iraq) è da anni teatro di una guerra a “bassa intensità”, che vede contrapporsi l’esercito turco ai guerriglieri del Pkk.

Per fornirvi una testimonianza diretta, abbiamo intervistato Antonio Olivieri, presidente dell’associazione Verso il Kurdistan, che tra luglio e agosto ha fatto parte di una delegazione di osservatori internazionali nella regione.

Antonio, puoi dirci qual è al momento la situazione del Kurdistan turco?

E’ molto tesa. Durante il nostro viaggio abbiamo raccolto testimonianze di attivisti per i diritti umani e membri delle municipalità amministrate dal partito filokurdo Bdp. Il quadro che emerge è sconcertante: sul Kurdistan sta calando un pesante clima di repressione e tensione e sono numerosi gli scontri tra guerriglieri del Pkk e militari turchi.

Puoi farci qualche esempio?

Solo nella zona di Hakkari, dopo la fine della tregua tra Governo turco e Pkk (1 giugno), sono morti 60 guerriglieri ed un numero maggiore di militari. Situazione molto tesa è anche nell’area di Şemdinli. Si tratta di un sottile triangolo di Turchia incuneato tra Iran ed Iraq. E’ una terra di frontiera, vicinissima alle basi oltreconfine del Pkk (in particolare, al campo di Güzel Konak).

Recentemente una caserma delle ‘Forze Speciali’ era stata attaccata dai guerriglieri, con un bilancio di circa trenta militari uccisi (un episodio che ha rappresentato un vero choc per la Turchia). La presenza militare in tutta la zona a ridosso dei confini è imponente e crescente: circa 300.000 soldati e 30.000 membri delle Squadre Speciali. Ovviamente la situazione ha un impatto pesantissimo per la popolazione kurda locale: solo a Şemdinli si contano 120 famiglie di guerriglieri uccisi.

Gli scontri riguardano solo guerriglieri e militari o c’è un clima di tensione diffuso?
Come ci è stato confermato da un’avvocatessa dell’associazione dei diritti umani Ihd di Diyarbakir (il capoluogo del Kurdistan turco), negli ultimi mesi si sono susseguiti episodi di scontri e aggressioni. A Istanbul sono stati recentemente arrestati 50 dirigenti del partito filokurdo BDP. Il 27 luglio, nella località di Dörtyol, esponenti del gruppo nazionalista dei Lupi Grigi hanno dato fuoco a 120 negozi e 82 case di kurdi. Ad Erzurum è stata attaccata l’auto del capogruppo parlamentare kurdo Selahattin Demirtaş.

In una conferenza stampa di Diyarbakir, a cui abbiamo partecipato come delegazione, è stato riferito che negli ultimi otto mesi il numero di attentati effettuati ammonta ad una cinquantina. Il responsabile provinciale del Bdp di Diyarbakır, Nijad Yanık, ha interpretato questi avvenimenti come una conseguenza della scelta politica del Governo di respingere l’offerta di pace dei kurdi.

Come delegazione italiana abbiamo constatato direttamente che, nel corso della manifestazione delle “Madri della Pace”, di Diyarbakır, a cui abbiamo partecipato il 28 luglio, si sono svolti a più riprese scaramucce e scontri.

La popolazione civile risente quindi pesantemente dell’escalation in corso?

Direi proprio di sì. Il 29 luglio abbiamo visto dei villaggi nei dintorni di Hasankeyf che sono stati bruciati di recente dall’esercito. Erano già stati parzialmente distrutti in passato e quindi non erano più abitati stabilmente, ma venivano comunque utilizzati durante il giorno come punto d’appoggio per lavorare nei campi e negli orti circostanti.

Gli incendi hanno colpito anche i boschi e le coltivazioni limitrofe. I contadini raccontano di aver chiesto l’intervento dei vigili del fuoco, che si sarebbero però rifiutati di intervenire affermando che si trattava di una zona pericolosa per la presenza di militari, guerriglieri e aree minate.
Noi stessi, durante il ritorno, abbiamo attraversato una stretta gola ancora fumante.

Hai parlato di Hasankeyf. Si tratta di un sito archeologico molto importante e a rischio per il discusso progetto del Governo turco, che intende costruire una grande diga che comporterebbe l’allagamento della zona. Puoi darci qualche aggiornamento in merito?

Come delegazione abbiamo potuto verificare che l’inizio dei lavori è ormai vicino: il 30 luglio siamo stati ad Ilisu, che è il luogo dove verrà edificata la diga destinata a sommergere Hasankeyf. Abbiamo potuto vedere un intenso via vai di camion e i lavori di costruzione delle infrastrutture che preparano il terreno all’inizio della costruzione della diga vera e propria.

La situazione nella stessa Hasankeyf è pesantemente peggiorata rispetto agli ultimi anni: sono state poste delle cancellate metalliche all’ingresso della piccola valle laterale in cui sorgono le abitazioni della popolazione locale. Altre grate sono state poste all’accesso della collina che è sede della zona archeologica. In questo modo è stato impedito l’accesso ai visitatori e alla stessa popolazione locale,che per i normali spostamenti della vita quotidiana deve ora fare deviazioni assai difficoltose.

E’ un provvedimento che è stato ufficialmente motivato come conseguenza del pericolo di crolli di frammenti della parete rocciosa,ma la popolazione afferma che si tratta di un pretesto. Con gli incendi e con ponendo queste difficoltà si vuole in realtà indurre gli abitanti ad abbandonare la località, in modo da lasciar via libera all’inizio dei lavori di costruzione della diga e sgombrare il campo da possibili reazioni di protesta.

Il clima da guerra civile penalizza anche le giovani generazioni e i minori?

La situazione dei minorenni è drammatica. A Bitlis un bambino di 10 anni, incarcerato per due mesi per il lancio di sassi, è stato messo nel reparto dei detenuti comuni, subendo un pesante trauma. Ad Hakkari e nei villaggi vicini, in carcere ci sono 136 giovani tra i 14 ed i 20 anni, di cui 40 condannati a pochi anni di pena, ma tra i 10 ed i 15 giovani condannati a pene dagli otto fino ai dodici anni.

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