Convenzione per le riforme. Fabbrini: Quagliariello presidente, composizione mista

Il direttore della Luiss School of Government avanza la sua proposta per la Convenzione. Ma per garantir politica e "super partes" non si rischia di stravolgere l'ordinamento e la forma di Repubblica parlamentare?

Gaetano Quagliariello

L'abbiamo detto, lo ripetiamo: la convenzione per le riforme è destinata a far discutere e dibattere prima ancora della sua nascita.

Dopo le prese di posizione di Rodotà, che l'ha definita un assalto alla costituzione, e di Novelli, secondo il quale è anticostituzionale così come è stata concepita, è intervenuto Sergio Fabbrini sul Sole 24 Ore di oggi, a tracciare un'ipotetica soluzione. Anche perché, non è che averla chiamata Convenzione risolva un problema di fondo. Che ricorda Fabbrini stesso:

«Come testimoniato dall'esperienza delle tre bicamerali per le riforme costituite sin dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, la logica di breve periodo degli interessi partigiani impedisce il conseguimento di un bene generale (come la riforma) che avrà effetti di lungo periodo».

Inoltre, il direttore della Luiss School of Government, traccia un quadro di quel che dovrebbe fare, questa Convenzione, e di chi dovrebbe adoperarsi per farlo:

«Trattandosi di abolire il bicameralismo, di ridurre il numero dei parlamentari, di rafforzare la capacità di governo, di tagliare i costi della politica, è poco plausibile che i capponi (i parlamentari) siano così ingenui da anticipare il pranzo di Natale. Per di più, una Convenzione di questo tipo necessariamente finirà per riflettere l'andamento dei rapporti tra i partiti che formano il Governo».

E allora la soluzione, quale sarebbe? Secondo Fabbrini, bisognerebbe trovare una via di mezzo fra una Convenzione parlamentare e una del tutto composta da saggi fuori dal Parlamento e bisognerebbe istituire una Convenzione istituzionale, presieduta dal Ministro per le Riforme, quindi, nella fattispecie, da Gaetano Quagliariello.

Fabbrini va oltre e traccia anche la composizione dell'organismo, la struttura, le modalità di operazione:

«numero limitato di membri (non più di 35) metà parlamentari e metà non parlamentari, con un mandato di sei mesi e dotata di un potere redigente. E' ragionevole assumere che la natura spuria di tale Convenzione contribuirebbe a ridimensionare gli istinti partigiani dei suoi membri, che la presidenza del Ministro per le Riforme garantirebbe il carattere politico, che la tutela su di essa del Presidente della Repubblica la sottrarrebbe alle vicende quotidiane».

Due forme di riforma, coerenti, secondo Fabbrini, dovrebbero poi essere sottoposte a voto del parlamento e degli elettori in un referendum. Il finale è quello che, personalmente, trovo meno condivisibile (senza addentrarsi nelle considerazioni che riguardano Quagliariello, che non è affatto garanzia di essere super partes – sebbene politico – per il solo fatto di essere un Ministro della Repubblica):

«Dovrà mettere il Parlamento e il Paese nelle condizioni di deliberare, senza sostituirsi ad essi, vincolandoli però a scegliere tra due distinte ma coerenti soluzioni alla crisi del nostro sistema parlamentare»

Il vincolo non può esistere, è evidente, perché negherebbe al Parlamento la possibilità di dibattere, emendare e modificare. Il che è palesemente contraddittorio con la medesima forma costituzionale che la Convenzione dovrebbe andare a modificare.

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