Il ministro Gelmini e la protesta dei precari: crudeltà o pragmatismo?


Siamo all'inizio dell'anno scolastico e come sempre è tempo di bilanci e di lotte, acuite quest'anno dall'entrata in vigore della Riforma Gelmini, fortemente voluta dal ministro e da noi più volte esposta e commentata. La novità - si fa per dire - questa volta è rappresentata dalla forte strumentalizzazione della protesta dei precari che in alcuni casi è sfociata addirittura nello sciopero della fame.

Il tutto perché, in soldoni, per la prima volta si sta tentando di porre mano ai conti della scuola e risanare una situazione che vede il 97% delle risorse spese in stipendi e solo il restante 3% in miglioramenti strutturali. Chiaro che per fare questo bisogna tagliare, e la mannaia non può certo abbattersi sui fortunati di ruolo, bensì su chi da anni è precario e spera nelle supplenze.

Ora, detto che le supplenze vanno ancora assegnate, dunque non si sa chi è dentro e chi fuori, ci domandiamo: esiste una soluzione che salvi capra e cavoli? La risposta è semplice, basta leggere i dati. L'assorbimento dell'enorme folla dei precari italiani comporterebbe la fuoriuscita immediata del nostro paese dai parametri economici stabiliti dall'Europa; parametri che come sapete stiamo già sforando e nei quali cerchiamo faticosamente di rientrare. In più è evidente che il personale insegnante è fortemente sovradimensionato rispetto alle esigenze della scuola.

Tutto questo è frutto di una politica dissennata, inaugurata dalla vecchia Democrazia Cristiana e partiti alleati, incoraggiata dall'opposizione comunista, e prorogata senza problemi dai governi di destra e di sinistra che si sono avvicendati nella Seconda Repubblica. Una politica che ha contribuito non poco ad affossare le finanze pubbliche, penalizzando tutte le categorie, che sono quelle che alla fine il debito contratto dallo stato lo devono pagare.

Ecco perché il sacrificio dei precari è necessario e per salvarli non si può fare nulla. D'altronde anche chi lavora nel privato purtroppo ha dovuto spesso fare i conti con le varie riduzioni di personale senza le quali l'azienda fallirebbe, ed è ora di finirla col concetto che in Italia si tutelano solo i lavoratori pubblici, concetto che ci ha portato qui dove siamo, sull'orlo del baratro.

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