Il Tea Party, la Rivoluzione americana e la Lega: la Patria che non c'è


Chissà quanti di voi conoscono il “Tea party movement”. Breve riassunto per inquadrare la vicenda. E’ un movimento d’opinione legato alla destra americana (alcuni suoi leader sono commentatori della rete tv americana Fox News, vicina ai repubblicani) che si propone di ridurre l’intervento statale in economia, aumentato di molto negli ultimi tempi visti anche i tentativi di Obama di arginare la crisi economica.

Tra gli obiettivi del movimento, la riduzione delle tasse (viste come il male perché alimentano “la bestia”, cioè il governo di Washington). Qui un articolo di Wikipedia, per i più curiosi, qui invece una sintesi efficace di Giornalettismo:

“Il cuore del messaggio dei Tea party è che gli enormi sforzi anticrisi messi in campo dai democratici più che essere inefficaci – naturalmente sono anche inefficaci – rappresentano un pericolo per la libertà futura dei cittadini. “Approfittando” delle difficoltà delle famiglie, Washington nazionalizza l’industria e rende pubblica la sanità; con la scusa di aiutare i poveri annulla le differenze.

Quando la crisi sarà finita non sarà possibile tornare indietro perché Big Government non restituirà il potere rubato ai cittadini e alle comunità locali. Le tasse alte saranno il giogo attraverso il quale toglieranno libertà d’impresa, di movimento e di pensiero. In realtà, spiega qualche economista di parte, la crisi non finirà mai perché il ridondante settore pubblico creerà una spirale di bassa crescita “come succede ai regimi socialisti dell’Europa” (cioè tutti, vista l’estensione dei loro welfare).”

Tutto sembra chiaro. Resta da capire l’origine del nome del movimento. Quelli di voi appassionati di storia americana mi staranno già insultando: ma come, si riferisce al Boston Tea Party, evento storico della Rivoluzione Americana! Infatti, il nome si ricollega proprio a quell’avvenimento (qui un articolo di Wikipedia, in italiano).

La storia americana, soprattutto una delle sue pagine più gloriose, la Rivoluzione contro l’oppressione inglese, viene usata per legittimare e nobilitare un movimento politico del XXI secolo. Non è un caso isolato negli Stati Uniti. Proviamo a trasportare tutto questo in Italia. Ve lo immaginate un movimento di opinione che si richiama a Garibaldi, a Cavour, alle battaglie del Risorgimento, alla Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini?

Un momento, direte, ma nella storia italiana tutto questo è avvenuto. Il PSI ha usato nella sua iconografia Garibaldi, lo stesso che è apparso, durante le elezioni del 1948, sulla scheda elettorale, simbolo dell’alleanza PCI-PSI. E’ vero, e ci sarebbero altri esempi ancora.

Ma oggi? Abbiamo al governo un partito che qualche anno fa proponeva la secessione della Padania dallo Stato Italiano (salvo ritirarla quando si è accomodato alla tavola imbandita da Silvio B.), un partito che, tramite i suoi leader, ha invitato a pulirsi il didietro col Tricolore, a mettere al cesso la suddetta bandiera, ha detto che

“Non possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente (i professori ndr) che non viene dal nord.”

Dulcis in fundo, questi fini intellettuali, notizia di qualche giorno fa, hanno bloccato, tramite un vicesindaco del bergamasco, l’Inno di Mameli perché, ha detto il politico

"Io non mi sento italiano, anche se purtroppo lo sono"

Ora, tralasciando il povero Gaber che si starà rigirando nella tomba, ecco cosa scriveva Montanelli in conclusione della sua “Storia d’Italia”:

“Ad essere sincero fino in fondo, ho smesso di credere all’Italia. […] L’Italia è finita. O forse, nata su dei plebisciti-burletta come quelli del 1860-’61, non è mai esistita che nella fantasia di pochi sognatori, ai quali abbiamo avuto la disgrazia di appartenere. Per me, non è più la Patria. E’ solo il rimpianto di una Patria.”

Foto | Flickr

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