L'Eta annuncia il cessate il fuoco ma non rinuncia all'indipendenza

Una volta tanto abbandoniamo l'agone politico nostrano per occuparci di una questione che negli anni ha seminato centinaia di morti (esattamente 820 in 40 anni) e che rappresenta il più grande nodo irrisolto dell'Europa occidentale, almeno da quando l'Irlanda del Nord si è fondamentalmente rappacificata.

In un videomessaggio l'ETA ha dunque annunciato il cessate il fuoco, dichiarando che da ora in poi intraprenderà un processo democratico, senza però rinunciare a lottare per l'indipendenza. I separatisti baschi difendono così fieramente la loro diversità e il loro diritto all'autodeterminazione, che però non perseguiranno più con la violenza.

Ora, chiarito subito che non è la prima volta che ciò si verifica, e che precedenti annunci dello stesso genere sono stati seguiti da attentati sanguinosi; sottolineato anche che il tutto avviene dopo l'arresto di gran parte dei vertici dell'organizzazione e dunque ci troviamo in un momento di vuoto di potere, l'evento impone una riflessione. Hanno diritto o no i singoli popoli a chiedere l'indipendenza, o autodeterminazione che dir si voglia, sconvolgendo un assetto storico-politico esistente da decenni?

Ricordo che la stessa domanda si pose da noi all'epoca della fase più acuta della spinta indipendentista della Lega, ma può valere anche per gli altri fronti simili, primo fra tutti quello catalano. Lasciando perdere per un attimo le posizioni politiche (i catalani e i baschi sono schierati a sinistra, i leghisti più o meno a destra ecc.) è possibile stabilire quando la volontà separatista abbia un fondamento e possa concretizzarsi?

La rinuncia alla violenza è sempre la prima cosa, dunque ben venga la nuova posizione dei baschi, ma a parte questo quando un popolo merita l'indipendenza? Quando a volerla è la maggioranza degli abitanti di una singola regione o porzione territoriale? Quando sussistano evidenti fattori di coesione (lingua, religione, costumi ecc.) che la contraddistinguano rispetto allo stato di cui è parte? O che altro?

È un dibattito questo che da tempo anima la comunità politologica e che difficilmente può trovare una soluzione. Una cosa sola è certa, e cioè che il processo di unità europea non esclude affatto la disgregazione dei singoli stati, come si diceva un tempo; anzi, è proprio il contrario. Senza portare per forza esempi lampanti come la separazione Cechia/Slovacchia, basti analizzare l'acuirsi delle spinte indipendentiste fiamminghe in Belgio, così come gli stessi catalani citati in precedenza.

In realtà è proprio il venir meno del concetto di patria, aiutato anche dal concetto di Europa come patria comune, a indebolire i vecchi stati usciti dai vari trattati di pace postbellici. Diteci voi cosa c'entra il Sudtirolo con l'Italia, per esempio; regalatoci alla fine della Grande Guerra a titolo di risarcimento e rimastoci solo perché il secondo conflitto aveva visto anche il suo alveo naturale austro-germanico sconfitto a sua volta.

Si prepara un secolo di grandi cambiamenti, anche dal punto di vista geografico. Prepariamoci a vedere sconvolte molte delle nostre certezze.

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