Rassegna stampa estera: l'Italia tra crisi di governo e declino


In questo periodo in cui crisi di governo e minaccia di elezioni anticipate sono al centro dell'attenzione dei media italiani e internazionali, è forte la tentazione per molti giornalisti di lasciarsi andare a giudizi globali sul paese italia e sul carattere dei suoi abitanti.

Lo spagnolo El Pais ha ad esempio ironizzato (ma solo fino a un certo punto) su "un paese senza futuro politico":

La situazione è grave ma non seria. L’adagio dello scrittore Ennio Flaiano continua a definire il deprimente panorama politico italiano. Il paese si dirige di nuovo verso il caos dopo aver buttato via in due anni e quatro mesi di governo il desiderio di stabilità degli elettori che nel 2008 hanno eletto la maggioranza più ampia della storia repubblicana.

Berlusconi, messo alle strette da una corruzione senza freno, senza più alcuna idea che non sia quella di salvare la pelle dalla giustizia ed abbandonato dal suo delfino-squalo, è rimasto solo di fronte ad un partito di plastica, un feudo di fedeli segretari dove crescono amiconi, sudditi, impiegati, ex-veline e capi di clan più o meno legali. Il Popolo della Libertà, o il Partito dell’Amore, appare come quello che è sempre stato:un antipartito, un comitato d’affari e una semplice fabbrica di leggi ad personam che pensa ed agisce a favore della maggior gloria del padrone. Quando suona l’ora di far politica per davvero o farsi responsabili realmente del paese, il castello di carte crolla. L’unica ricetta che conosce il populismo all’italiana è la mescola di ottimismo ed elezioni. Quando le cose vanno storte, si ricorre al popolo. La speranza è sempre il Grande Fratello: tre mesi di televisione, barzellette e propaganda unificata per distruggere quelli che non hanno televisione nè senso dello spettacolo. E vincere di nuovo. Se nel frattempo il paese va alla deriva, è colpa degli altri…. L’avventura solitaria di Gianfranco Fini corre così il rischio grave di finire come una bolla di sapone o peggio. Per annientarlo Berlusconi cercherà le elezioni anticipate per quanto gli sia possibile, e la Lega Nord le accoglierà senza dubitare: alla fine è l’unico partito serio e la perdita di fiducia di Berlusconi fra la sua base indica che riceverà una valanga di voti.Fini, meno coraggioso che opportunista, e la scomparsa sinistra, capace di qualsiasi aberrazione pur di non vedersi obbligata a vincere le elezioni e ancora peggio, a governare, completano il campo di un paese senza futuro politico. Berlusconi ha 73 anni e vari processi pendenti che gli impediscono di lasciare il potere, pena la perdita dell’immunità.

La tedesca Sueddeutsche Zeitung ha intervistato Andrea Camilleri, che come sempre non è stato indulgente verso il suo paese:

Quando ero ragazzo, nel 1945, subito dopo la liberazione dell’Italia, lessi un articolo del grande giornalista americano Herbert Matthews. Il titolo diceva: “Non lo avete ucciso”. Voleva dire, mentre avete ammazzato Mussolini, non avete ucciso il fascismo. Egli descriveva, quali danni il fascismo aveva lasciato persino nel DNA degli italiani. E che ci sarebbero voluti molti anni per sanarli. Allora la cosa mi lasciò sconvolto. Nel corso degli anni ho dato sempre più ragione a Matthews. Il Fascismo è un virus che muta. E così ci troviamo in una nuova forma di fascismo. Sono forme diverse. Quindi credo che le conseguenze del berlusconismo saranno simili a quelle del fascismo. E’ come se la natura degli italiani fosse infettata.(..) l rinomato linguista Tullio de Mauro ha pubblicato un’illuminante analisi sulla situazione culturale dell’Italia. Nel 2008 – ed io non credo, che le cifre possano essere migliorate in modo determinante – ci sono due milioni di analfabeti. 13 milioni e mezzo di semianalfabeti, persone che sanno firmare, ma non sanno leggere un giornale. 15 milioni sono analfabeti del secondo tipo, sapevano già leggere e scrivere, ma lo hanno disimparato. Sono quindi 30 milioni di italiani (su circa 60 milioni, ndr). L’unica fonte di informazione di questi analfabeti è la televisione e non i giornali. Solo circa il 20% della popolazione legge un giornale. Di questo 20% il dodici percento legge solo i titoli. E bisogna pensare (ridendo) che i Italia i titoli non concordano quasi mai agli articoli

In Austria Der Standard si è concentrato sul versante sociale della questione, ovvero sulla "scarsa autostima degli italiani":

L’Italia è diventata antipatica“ si lamenta il quotidiano La Stampa, “in genere il mondo ci guardava con una certa leggerezza, un pizzico di ironia e qualche pregiudizio, ma anche con sempre più diffusa simpatia. Siamo il paese dei furbi ad ogni costo, che va di pari passo con coloro il cui successo si basa sulla tenacia, sul lavoro, sulla sincerità, sul coraggio e la fantasia – qualità di cui anche noi stessi una volta eravamo orgogliosi“. (..) In un editoriale del Corriere della Sera l’autore e giornalista Gian Antonio Stella invidia la Germania per la sua giovanile e multietnica squadra di calcio, espressione di un nuovo spirito di identità. L’ammirazione per i tedeschi risale ad una lunga tradizione. A dire il vero oscurata da un pregiudizio altrettanto longevo: “I tedeschi amano gli Italiani, ma non li rispettano. Gli italiani rispettano i tedeschi, ma non li amano”. Gli stereotipi influenzano li rispettivi concetti dell’altro tanto da oscurare la visione della realtà? Questa e’ la domanda posta dal Goethe Institut a due famosi giornalisti, durante un viaggio in treno da Berlino a Palermo. Le impressioni raccolte dall’italiano Beppe Severgnini e dal tedesco Mark Spörrle, possono essere lette nell’istruttivo blog di informazione “Va bene? Wie ich (fast) zum Italiener wurde” (https://www.goethe.de/ins/it/lp/prj/vab/mod/fac/itindex.htm). Conclusione: gli italiani ammirano quello che viene dal nord. Da anni aspirano invano ad uno stato efficiente. Secondo il parere dei sociologi l’Italia sembra “un eterno cantiere”, in cui discutibili architetti da strapazzo concordano sul proseguimento dei lavori – poiché non hanno alcun interesse nella chiusura dei cantieri. Gli italiani secondo il parere del sociologo Giuseppe De Rita è un popolo dalle batterie scariche, che si rassegna e vede il futuro e l’Europa con crescente scetticismo: „un popolo, in cui tutti parlano male di tutti“.

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