Letta sotto il tiro del ... Pd. E Renzi si defila ...

Presto, subito dopo l’assemblea nazionale del Partito Democratico di sabato prossimo, Silvio Berlusconi, suo malgrado, sarà “costretto” a passare da seminatore di trappole anti Letta a strenuo difensore del nuovo governo della grande coalizione. Il motivo è semplice e riguarda il Pd, impegnato nella scelta del successore di Pierluigi Bersani, quindi a cambiare timoniere per cambiare la rotta. L’asse del pidì, anche per rabbonire una base inferocita per l’abbraccio con il Cavaliere imposto da Napolitano, si sposterà a sinistra.

Se così sarà, Letta si troverà con il suo partito in una posizione quantomeno defilata rispetto all’esecutivo, per non dire apertamente ostile. Un’occasione come questa – un premier vicesegretario del Pd – se non irripetibile, è certamente significativa (pur con tutte le contraddizioni del caso) per un partito al limite dello squagliamento. Ma non pare che nel Partito Democratico si ragioni in termini strategici: conta il “come” uscire dall’imbuto del dopo Bersani, conta “chi” comanda e con quali alleati interni ed esterni.

Pesano evidentemente storie e ambizioni personali. Prima fra tutte quella di Matteo Renzi. Ancora una volta il “rottamatore” prende tempo, defilandosi dalla contesa sulla premiership del partito, ma anche dalla difesa del governo Letta, per altro in buona compagnia con altri capi o aspiranti tali non certo fans dell’esecutivo.

Ieri il Financial ha scritto che “è difficile che il libro dei sogni del governo Letta si trasformi in realtà” avvertendo anche che dietro alla debolezza del governo “non c’è solo la mano malandrina del Caimano ma c’è anche lo spettro del disimpegno dei leader del suo stesso partito”, cioè del Pd.

Renzi, e non solo lui, non scommette quindi sulla durata di questo governo, disimpegnandosi oggi per tessere una nuova tela quando sarà il momento – presto – di affrontare nuove primarie nel partito e nuove elezioni nel Paese.

Ora, il braccio di ferro sul segretario da eleggere sabato (cui si proibirebbe poi la candidature alle primarie per la premiership del partito) o sul reggente pro tempore (e se fosse bravo perché poi non riconfermarlo segretario?) è un contorcimento perverso degno dell’attuale Pd.

Scrive il sempre acuto Peppino Caldarola: “In tutti questi ragionamenti c’è una vena di follia idiota, non di quella follia geniale che spesso aiuta a capire e cambiare il mondo. Un partito che sta a pezzi perde tempo a elaborare elabora strategie per azzoppare tutti i suoi dirigenti. Francamente era così nel Psi prima di Craxi. Il bello che è che queste cretinate vengono presentate come idee nuove e più democratiche mentre sono banalmente sciocchezze che rivelano l’inesistenza di una classe dirigente e l’affannarsi delle terze e quarte file per farsi avanti spezzando le gambe agli altri”. Già. Questione di manico.

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