L'insostenibile leggerezza della fiducia: Bossi pronto a far cadere il Governo pur di andare a votare?

Berlusconi e Bossi

Le minacce di Bossi e l'apparente disaccordo con Berlusconi sulla gestione del difficile momento politico paiono delineare il più classico del gioco delle parti. Il Senatùr mostra i muscoli, affermando che non ci sono alternative alle elezioni anticipate e prospettando due possibili soluzioni, entrambe funzionali all'apertura di una crisi di governo: la presentazione delle dimissioni da parte del Presidente del Consiglio o l'approvazione di una mozione di sfiducia da parte di una delle Camere. Mozione che potrebbe avere anche l'appoggio diretto o indiretto della Lega.

Fin qui un'asserzione ovvia: le crisi di governo si aprono o quando il Capo dell'Esecutivo rassegna le proprie dimissioni (in questo caso si discorre di crisi "extraparlamentare") o quando viene votata una mozione di sfiducia nei confronti del Governo o ancora quando si ha il voto contrario su una questione di fiducia posta dallo stesso Esecutivo (e in questi casi si parla di crisi "parlamentari").

Per la verità, Bossi non prende in considerazione la seconda specie di crisi parlamentare: quella che origina dalla bocciatura di una questione di fiducia. Proprio quest'ultima eventualità, paradossalmente, toglierebbe le castagne dal fuoco sia al Presidente del Consiglio che al leader della Lega, poiché le altre due soluzioni, a ben vedere, non risulterebbero affatto convenienti per entrambi. Vediamo il perché.

Partiamo dall'ipotesi delle dimissioni spontanee del Premier: se Berlusconi procedesse per questa via ammetterebbe implicitamente che non esiste più una maggioranza, che la scissione con i finiani avrebbe decretato la fine del Pdl e dell'attuale Esecutivo. Ma non è questa la linea seguita finora dal Cavaliere, il quale non ha mai riconosciuto la scissione ed ha inteso soltanto espellere dal partito alcuni "dissidenti".

Dissidenti che, peraltro, affermano di voler confermare la propria fiducia al Governo in carica. Ragion per cui sarebbe difficile spiegare agli elettori del Pdl il significato di un gesto - quello delle dimissioni - che pure, in altre circostanze, risulterebbe naturale e perfino doveroso.

Quanto, poi, alla seconda ipotesi, quella dell'appoggio della Lega ad una mozione di sfiducia al Governo, si tratta di un'eventualità del tutto irrealistica, se non altro perché sarebbe molto difficile ripresentare un'alleanza elettorale tra Pdl e Lega dopo che quest'ultima avesse decretato, di fatto, la fine della legislatura.

In ogni caso - è bene ribadirlo - in tutte le suddette ipotesi, il compito di risolvere la crisi spetterebbe comunque al Presidente Napolitano che, a prescindere dai milioni di persone che Bossi e Berlusconi riuscissero a portare in piazza (immaginiamo pacificamente...), dovrebbe comunque applicare le norme costituzionali vigenti, quelle scritte, ma anche quelle consuetudinarie e convenzionali.

Nel rispetto di tali norme sarebbe in potere del Capo dello Stato, qualora si manifestassero i presupposti, dare vita ad una nuova maggioranza di governo. E poco importa che tale maggioranza comprendesse forze politiche uscite sconfitte dalle elezioni. Nessuna norma giuridica impedisce tale eventualità, che qualcuno potrebbe giudicare in modo negativo da un punto di vista politico o etico. Ma non necessariamente.

Se tale maggioranza riuscisse, ad esempio, ad aggiustare una legge elettorale che il padre della stessa, l'on. Calderoli, non ha esitato a definire una "porcata", una legge che, alla faccia della volontà popolare (quel "sale della democrazia" al quale alludeva Minzolini qualche sera fa), non consente di esprimere alcuna preferenza per i candidati e agevola forme di "prostituzione intellettuale", se non fisica (come ha forse un po' brutalmente evidenziato l'on. Angela Napoli), ebbene non si tratterebbe di un tradimento ma di un nobile servizio reso alla nostra democrazia.

Le minacce di Bossi e l'apparente fermezza del Presidente del Consiglio, dicevo, mettono in scena, con tutta probabilità, un triste gioco delle parti, che evidenzia il terrore del Cavaliere per il Governo di transizione. Se si formasse davvero una comune volontà di "deberlusconizzare" il Paese, non v'è dubbio che quest'ultima sarebbe la soluzione ideale.

Foto | Flickr

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