Riforma Gelmini: considerazioni sull'istruzione italiana in apertura di anno scolastico


Come ampiamente previsto, l'apertura dell'anno scolastico è stata l'occasione per sfogare tutti i livori della categoria docente e di parte degli studenti contro la riforma fortemente voluta dal ministro Gelmini e da noi ampiamente trattata nei mesi scorsi.

Senza entrare nel merito tecnico, di cui abbiamo già parlato a lungo, l'occasione viene buona per alcune considerazioni di carattere filosofico e sociale sul "metodo" del sistema-istruzione nel nostro paese. E anche una piccola digressione storica non nuoce alla comprensione degli eventi targati 2009-2010.

Torniamo per un attimo indietro di 40 anni: è il 1968 e nel mondo occidentale cominciano a scatenarsi i primi barlumi di contestazione che sfoceranno poi negli eventi anche drammatici dei decenni successivi. Il motivo fondamentale tuttavia è uno e ben chiaro. L'assurdo nozionismo e l'imperante severità di una scuola che non ha saputo mettersi al passo con i tempi, alzando una barriera insormontabile tra il personale docente e gli studenti.

Serviva una rivoluzione del pensiero, ma come spesso accade le rivoluzioni non fanno le cose a metà, ma ribaltano lo status quo sfociando nell'estremo opposto. Fu così che nacque la scuola del sei politico, l'università del 18 minimo a tutti, dell'obbligo di essere contro (che è ben diverso dalla scelta di esserlo) e della ghettizzazione del pensiero contrastante, bollato sempre e comunque come fascista.

Come ovvio ogni malattia reca in sè i propri anticorpi, e dagli anni novanta è cominciato il riflusso che ha lentamente cercato di rimediare allo sfascio e al pensiero unico (di sinistra) del personale docente. Qualcosa è stato fatto e altro deve ancora compiersi, ma da un punto di vista filosofico siamo a un crocevia. Il rischio è di ribaltare un'altra volta la situazione e ricadere negli errori del pre-68, con tutti questi richiami alla severità di giudizio, le menate sull'insegnamento della religione eccetera eccetera.

Vogliamo davvero questo? Credo proprio di no. Quel che vogliamo è una scuola seria, non severa. Una scuola giusta e rispettosa dei valori degli studenti. Il che significa bocciarli se non studiano, ma anche seguirli e insegnare loro che la cultura ti aiuta a vivere meglio, se impari ad amarla.

Impossibile? Forse. ma almeno proviamoci.

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