Veltroni scomunicato nel Pd "intellettuale collettivo"?

Tiene banco il documento di Walter Veltroni e soci perché il personaggio attira i riflettori e perché la sassaiola nel Partito democratico ridesta la piccionaia della politica italiana. Tant’è.

Ma Veltroni, piaccia o no, solleva una questione politica. E’ inutile continuare a gingillarsi sul “metodo”, sui tempi, sull’opportunità di questo nuovo strappo. L’ex segretario ripresenta un insieme di questioni di fondo relative all’identità del Pd, alla sua natura, ai caratteri, ai principi, alla sua linea politica, alle alleanze.

Veltroni contesta sin dalla radice il Pidì che c’è, ridisegnandone completamente un altro. Siffatta posizione è compatibile con la sua (e quella di chi lo sostiene) permanenza nel Partito democratico?

In altri tempi (vedi questione del Manifesto nel Pci) sarebbe già scattata l’epurazione, dopo richiami, dopo anatemi e scomuniche, dopo processi. Oggi, solo nel partito padronale del “predellino” (l’ultimo partito di concezione leninista) è così, come insegna la frattura Berlusconi-Fini.

Nel Pd, fallita l’amalgama fra culture e identità diverse, vige il principio dell’unità nella diversità. Insomma, ci si sopporta, pur ribadendo il concetto che la diversità è un valore. Ma un partito deve fare politica, decidere, agire, come diceva Gramsci “da intellettuale collettivo”. Si discuta di tutto, liberamente, ma il riconoscimento del diritto al dissenso richiede che sia fermo il limite invalicabile della difesa dell’unità del partito e della ripulsa delle frazioni.

Nel Pd questo limite è stato superato. E non è la prima volta. E non sarà l’ultima.

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