9 Maggio 1976: moriva Ulrike Meinhof. Molti i dubbi sul suicidio.


Il 9 maggio del 1976 fu rinvenuta morta, impiccata alle sbarre della finestra della cella di un carcere, Ulrike Marie Meinhof. Fu giornalista d'inchiesta nella Germania Ovest e una delle fondatrici del gruppo armato Raf , meglio conosciuto come Banda Baader-Meinhof. Il gruppo svolse azioni di guerriglia urbana che avevano la finalità di innescare un processo rivoluzionario.

La guerra del Vietnam e il governo di coalizione di CDU e SPD alla fine degli anni '60 resero palese la totale fedeltà al blocco atlantico del partito socialista e la mancata de-nazificazione della Germania (ricordiamo che Kurt Georg Kiesinger ex membro del partito nazista fu Cancelliere proprio di quel governo). Tali elementi socioculturali contribuirono, insieme allo scoppio dei movimenti studenteschi e femministi, alla formazione della Raf.

Meinhof nel 1970, dopo aver preso contatti con alcuni membri del gruppo, aiutò Andreas Baader, la figura più carismatica del gruppo, ad evadere dal carcere. Da allora la giornalista entrò in clandestinità. Ulrike trascorse, insieme ad altri componenti della banda, un periodo di addestramento militare in Giordania. Dopo il rientro in Germania la Raf effettuò furti e attentati a impianti industriali e basi militari USA, nei quali persero la vita in molti.

Il 15 giugno 1972 venne catturata a Langenhagen, e successivamente condannata ad 8 anni di carcere. Ivi i suoi rapporti con gli altri membri della banda, processati e imprigionati come lei, divennero sempre più tesi. La strategia difensiva e politica dell'ex giornalista fu divergente rispetto a quella dei suoi compagni.
Meinhof svolse all'interno della Raf soprattutto un ruolo di propaganda, divennero molto celebri in Germania, e non solo, alcune frasi contenute nel documento programmatico dell'organizzazione che l'ex giornalista stilò:

Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati mille sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato. Se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più

In molti, compresi i suoi compagni, gridarono all'omicidio nella giornata di quel 9 maggio 1976. Le uniche certezze sull'accaduto provengono da un documento redatto, in seguito ad un'indagine, da una Commissione di inchiesta internazionale.
Due sono i punti sottolineati nel rapporto:

Il primo riguarda le metodologie di detenzione. Esplicativo è questo passaggio:

il metodo consiste nell’isolamento assoluto da ogni contatto sociale e nella soppressione di impressioni sensoriali differenziate, che sono una condizione necessaria al funzionamento dell’organismo umano. Rinchiudendo i detenuti in una camera silens, una cella perfettamente isolata, dunque senza alcun rumore ( o una cella nella quale si ascolta un suono incessante), buia di giorno (o dipinta di bianco e illuminata al neon giorno e notte), con ridotte possibilità di movimento e aria viziata, si tenta, in qualche modo, di esasperarne il bisogno umano di contatti e impressioni sensoriali, vale a dire di comunicazione umana

Il secondo nodo evidenziato è quello delle modalità della morte. Secondo il rapporto non può essere compiutamente dimostrato che Meinhof si sia suicidata per impiccagione. Ci sarebbero indizi che lascerebbero pensare che la donna fosse morta prima di essere appesa alla corda e che non si possa escludere l'intervento di terzi nella vicenda.

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