Letta si "chiude" in convento. Ma da Pd e Pdl giungono venti di guerra

Nel chiuso dell’abbazia di Spineto della Luce, domenica e lunedì, il neo premier Enrico Letta e i suoi ministri cercheranno di “fare spogliatoio” lontani dai fragori delle due curve sud del Pdl e del Pd, i due partiti baricentro della maggioranza in preda a fibrillazioni e contorcimenti da far temere per le sorti dello stesso governo.

Non è difficile capire che Letta è fra due fuochi: quello del partito del Cavaliere e quello del partito senza leadership. Il Pdl sabato 11 maggio scende in piazza a Brescia “contro i giudici” dopo il grido di Berlusconi: “Mi vogliono far fuori”. Quindi, una immediata e decisa risposta con la gente in carne e ossa e con l’ex premier presente, per rispondere a quella che i legali del Cav hanno definito una “sentenza illogica” (conferma della pesante condanna a 4 anni per Silvio e interdizione per 5 anni dai pubblici uffici).

Come sempre, o peggio, il Cav gioca su più tavoli, cambiando la propria maschera: quella da “statista” per rimanere al potere col Pdl nella maggioranza e quella dello “sfascista” per cercare di tenere sotto pressione magistrati e partiti, lasciando ai suoi falchi il lavoro sporco. Fino a quando il capo dello Stato, il premier e il governo (il Pd e gli altri partiti) potranno far finta di non vedere e non sentire?

Sull’altro fronte, quello del Pd, non c’è ancora l’accordo per una soluzione condivisa e credibile per la nuova leadership. Non sono pochi, nell’assemblea di sabato, a prevedere addirittura il disfacimento anche con la rissa incorniciante il de profundis. Il caos interno è il frutto di antichi e nuovi dissapori, beghe personalistiche di potere fra singoli capi e capetti e correnti di ogni tipo. Ma c’è - diciamo così – anche la questione politica: la componente contraria alle "larghe intese" e favorevole a "maggioranze variabili" con i grillini è decisa a dare battaglia aperta, uscendo dagli agguati, con conseguenze facilmente immaginabili, fino alla rottura interna e alla formazione di un nucleo pronto alla rifondazione della ennesima “nuova” sinistra, vociante e marginale.

Un partito così malmesso è in grado (e interessato) a sostenere il nuovo governo impegnato a contrastare la crisi più dura dal dopoguerra? Come il Pd e il Pdl, dentro i rispettivi calderoni al limite dell’esplosione, possono mantenere l’accordo politico che regge l’esecutivo, accordo già fortemente contrastato dai rispettivi elettorati?

“Stringere alleanza con Berlusconi – scrive Stefano Folli sul Sole 24 Ore - è scomodo, comporta dei prezzi: quanti nel Pd sconnesso al proprio interno, tendente quasi all'anarchia, sono disposti oggi ad accettare il principio di realtà?”.

I nodi del Pd – beghe a parte - sono politici e assommati a quelli del Pdl (personali per le rogne giudiziarie di Berlusconi) possono diventare il cappio per Letta e il governo. E Letta, che lo sa, guarda preoccupato verso il Colle.

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