Fini, Montecarlo, Berlusconi e l'antipolitica: il paradosso italiano


L'intervento video di ieri sera di Gianfranco Fini si è aperto con queste parole "Purtroppo da qualche tempo lo spettacolo offerto dalla politica è semplicemente deprimente". Un giudizio su cui sembra esserci un consenso insospettabilmente ampio tra commentatori e protagonisti della vita politica italiana.

Perfino Pierluigi Battista - uno che deve averne viste tante - avvertiva ieri nella conclusione del suo editoriale su "Il Corriere della Sera": "La soglia della decenza è stata oltrepassata. Non resta che tornare indietro e riacquistare, tutti, un profilo di dignità. Per quanto malandata, l'Italia non merita un trattamento simile".

Paradossalmente, si dice d'accordo anche Berlusconi, che nel pomeriggio di ieri è riuscito a guadagnarsi il posto di prima notizia proprio sul sito del Corriere con una dichiarazione che è stata riassunta così: "E' una pessima politica, solo insulti e bugie". Com'è possibile che proprio lui rilasci una dichiarazione del genere? Lo vediamo dopo il salto.

L'uscita di Berlusconi potrebbe sembrare a molti assurda nella sua sfacciatezza: non è forse vero che la serie di sospetti e rivelazioni sulla vicenda Tulliani-Montecarlo-Fini ha avuto il suo inizio sulle pagine del "Giornale" di famiglia? E che la campagna contro il Presidente della Camera è cominciata in coincidenza con la rottura definitiva tra i due leader del centrodestra avvenuta a fine luglio?

Comunque la pensino sulla situazione politica del paese - e sulla vicenda monegasca in particolare - dubito che molti tra i nostri lettori possano affermare con sincerità di non credere che dietro tutta questa vicenda ci sia l'interesse di Berlusconi di danneggiare l'immagine di Fini nel momento in cui diventa un possibile avversario politico.

Come può quindi Berlusconi "chiamarsi fuori" e denunciare il suo sdegno per una politica fatta di "insulti e bugie"? La risposta ce la da Alexander Stille, che ha pubblicato ieri un lungo post sui candidati "impresentabili" del Tea Party che hanno vinto molte primarie repubblicane negli USA. Il pezzo si chiude con un paragone esplicito con l'Italia:

In un certo senso, è quello che sta succedendo in Italia da 15 anni o più. La Lega, per esempio: Umberto Bossi ha fatto un punto di vanto della sua capacità di parlare fuori dalle righe, di usare parolacce o di alzare il dito medio. (..) Per non parlare delle innumerevoli gaffe di Berlusconi. Però qui le regole classiche della politica funzionano a rovescio: in un mondo post-ideologico dopo la Guerra Fredda, fatti che distinguono un personaggio politico dal politico di professione si trasformano in vantaggi. Per cui una ricerca della rivista politica “Analisi Politica” rivela un fenomeno assai interessante. In un sondaggio condotto nel Marzo 2010 solo il 10,6% crede che la politica sia cambiata in meglio dal 1994, mentre il 43,3% la vede cambiata in peggio. Però allo stesso tempo Silvio Berlusconi è il più diverso rispetto agli altri politici in scena, secondo il 33,1%, Umberto Bossi è secondo in lista con 20,7% per cui arriviamo a un curioso paradosso: i politici più forti dal 1994 ad oggi traggono vantaggio dall’odio crescente verso la politica e verso i politici pur avendo grosse responsabilità sull’andamento della politica dal 1994 ad oggi. Per cui l’anti-politico beneficia sul cattivo funzionamento della politica, compresa la sua.

In sintesi, se l'interpretazione di Stille è corretta - ed io credo che lo sia - il disgusto per la politica derivante dalla sua riduzione ad una continua fangosa cronaca di accuse e smentite, complotti e controcomplotti, nel silenzio più totale su quelli che alcuni ancora chiamano nostalgicamente "i veri problemi del paese" non è solo un effetto collaterale di lotte intestine al centrodestra.

E' invece proprio uno degli strumenti principali attraverso cui l'antipolitica si mantiene al governo. Non cambierà nei prossimi anni, fidatevi.

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