Intervista - Polisblog incontra Paolo Guarino: "la politica italiana gioca in uno stadio senza spettatori" (Prima parte)


Prima di tutto, le presentazioni: Paolo Guarino, 35 anni, napoletano trapiantato a Roma, è analista e consulente politico. Socio fondatore dello studio di ricerca e consulenza DGG. Insegna Marketing elettorale e consulenza politica presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze.

Paolo, come giudichi la comunicazione di PD e PDL? Chi è in vantaggio, chi sta comunicando meglio?

Parlare della comunicazione di Pd e Pdl significa parlare dello stato della comunicazione politica in Italia, e il mio non è un giudizio positivo. Da un punto di vista culturale siamo indietro, anche a causa di un sistema statico, ancora arroccato da una parte a logiche partitico-ideologiche (da Prima Repubblica) e dall'altra disperso dietro al fantasma del grande comunicatore Berlusconi.

Siamo nel pieno della vecchia metafora di Philip Gould, storico collaboratore di Blair nella costruzione del New Labour, dello stadio vuoto: la politica italiana (e la comunicazione che ne deriva) gioca in uno stadio senza più spettatori. Ecco, non mi pare che Pdl e Pd lavorino con efficacia per riportare quegli spettatori ad appassionarsi e partecipare al gioco.

Il recente discorso di Berlusconi a Milano è la solita tirata contro i pm comunisti, o ci sono stati elementi interessanti di novità?

Berlusconi, ormai dal 2006, sa che la cosa che gli conviene di più, e la prima da salvaguardare, è la cura - la conservazione maniacale - del suo elettorato di riferimento, quello che lo segue dal 1994 e che lo continua a tenere al centro della scena. Non è certo a lui, forte dei consensi larghi di due anni fa e migliore rappresentante dell'innovazione per un segmento ancora profondo, che conviene una strategia nuova o alternativa, non è a lui che conviene un reale cambiamento nella dinamica politica.

Siamo ormai abituati a fasi alterne di distensione e aggressività - e sì, i nemici sono sempre i soliti - da parte del premier. Certo, recentemente l'altalena sembra talvolta sfuggirgli di mano, ma continua ad essere il più capace di improvvisi recuperi, anche se a base di colpi di reni.

Quali sono, secondo te, i punti principali dello story telling berlusconiano?

La "Storia Italiana" che ci ha mandato a casa ormai quasi dieci anni fa: quella è ancora la migliore sintesi del racconto di Berlusconi. L'obiettivo narrativo è esplicitato fin dal titolo e le immagini sono il miglior modo, oggi, per offrire la storia di un uomo che si è fatto da solo, del fare, capace di ogni successo, sempre sorridente. È un'icona, ormai, sempre uguale a se stesso, nella versione doppio petto o maglioncino.

Un'icona con le sue sfaccettature negative, i dubbi morali e legali che tanti manifestano, anch'esse talmente integrate nella figur(in)a da non colpire più nessuno, restando determinanti per alcuni e ininfluenti per altri. Credo che abbia davvero ragione Blair, sia quando dice che Berlusconi è simpatico, sia quando ammonisce che per batterlo non bisogna parlare di lui, ma fare politica.

Credi che il racconto berlusconiano, ormai lo stesso da sedici anni, faccia ancora presa sull'elettorato? E se sì, su quale parte dell'elettorato?

Sì, come dicevo, credo faccia ancora presa. Nonostante l'offuscamento che anche la sua immagine ha subito nell'ultimo periodo, c'è ancora un pezzo di Italia - popolare, debole, furba, credulona e disillusa, media - che si riconosce in lui. Ma attenzione: credo che dal 2006 Berlusconi sia battibile. La sua forza deriva dalla staticità cronica che ha assunto il nostro sistema.

Per dirla con un parallelo, Berlusconi è ancora un leader 1.0. mentre il mondo va verso il 3.0, qualsiasi cosa sia. Se ci fosse una proposta o un leader (un leader, non un'altra icona sola al comando) capace di presentare un racconto dell'italia 2.0 troverebbe praterie impreviste.

Pensi che la barzelletta con bestemmia, che l'Espresso ha recentemente scovato, possa influire sulla presa di Berlusconi sull'elettorato cattolico?

Berlusconi da questo punto di vista è una figura mitica, capace di coniugare con assoluta credibilità due visioni del mondo contrastanti. Con il racconto politico, quella di un'Italia cattolica e attaccata ai valori tradizionali, con quello antropologico della sua vita mette in scena quanto di più lontano possa esistere dai valori cattolici. Se dovessi scommettere, punterei sul perdono della bestemmia.

Di Pietro negli ultimi tempi sembra essere in un cono d'ombra. Come mai? Cosa dovrebbe fare per recuperare visibilità?

Di Pietro ha scelto e continua a perseguire un posizionamento stretto: da una parte legato alla sua origine e alla legalità post-tangentopoli, dall'altro chiuso in un continuo climax antiberlusconiano. Ha saputo modulare bene, poi, la logica rurale, contadina, chiara nella sua retorica, con il web (dove però più che soggetto di reale dialogo si presenta come icona da seguire). Non ha molti spazi e l'entrata/uscita dal cono d'ombra è legata anche all'evolversi dello scenario generale, con visibilità più o meno larga legata a logiche emergenziali e catastrofiste ( e anche dipendente dall'efficacia - o meglio dalla non efficacia- della proposta e della comunicazione del Pd.

Se si votasse nella prossima primavera avrebbe mesi proficui di attacchi a Berlusconi, se la legislatura va avanti credo sia difficile che possa reggere solo con strappi e continui aumenti del tono di voce.

A domani per la seconda parte dell'intervista.

Foto | Flickr

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