Ore 12 - PD: liste vincenti o la solita solfa per "straperdere"?

altroE’ questo il nuovo? Viste le liste del Partito democratico, chiunque con un po’ di buon senso acquisterebbe un biglietto per emigrare o quanto meno il 13 e 14 aprile girare alla larga dal Belpaese. Al grido: “Nel Pdl è la stessa cosa, anzi peggio!” fra i Democrats si tenta di mandar giù il rospo.

Allora mal comune mezzo gaudio? Il Pidì, che punta ad andare “oltre l’antiberlusconismo”, sguazza ancora nello stesso brodo culturale ideologico della sinistra dei “bei” tempi della guerra fredda, quando se un compagno di una sezione del Pci si azzardava a mettere in discussione la libertà in Russia gli si chiudeva la bocca: “e i negri, in America?”.

Qui stavolta si vuol dire due parole sulle liste del Pd, su come sono state impostate, i cosiddetti criteri, e gestite. Per capire qual è l’andazzo (nei fatti e non nei desideri) del nuovo partito veltroniano. Tra i candidati ci sono donne e giovani, anche qualche operaio. Bene bene. Non vogliamo qui ripeterci sulle controverse scelte legate a Di Pietro e all’Idv da una parte e a Pannella e ai radicali dall’altra. Tanto meno rigirare il chiodo su candidature come quella di Ichino o Calearo.

Ci interessa la scelta politica di fondo. Dov’è il segno vero del rinnovamento che dà il senso della svolta? I candidati sono stati tutti scelti e imposti da Veltroni e dalle segreteria: sono tutti nominati. Gli “indifendibili amici” non sono stati mandati a casa, ma spostati da una regione all’altra, come pacchi.

Le “primarine” svolte nel territorio sono state una farsa, oltre che una beffa. Non è vero che domina la casta: poltrone e strapuntini sono occupati dal sottobosco della casta, dai vice dei vice, gli “utili idioti” cui preme solo la rendita di uno straccio di potere e di lauti compensi e privilegi.

Adesso, visti i nomi, non c’è il rischio che il Pd diventi, come chiosa il defenestrato Ciriaco de Mita, “un guscio di raccolta di cose indistinte”? Che dire del commento del sindaco di Venezia Massimo Cacciari?: “La impostazione delle candidature è sbagliata. Non si costruisce un partito con le scelte imposte dall’alto o con le signorine grandi firme. Ci vuole il radicamento sul territorio, con giovani e donne che rappresentano davvero realtà culturali e anche imprenditoriali. Vorrei sapere se Veltroni vuol fare un partito o un movimento a spot tipo quello di Berlusconi”.

L’affondo del filosofo lagunare è impietoso: “Bisognava dare un segnale di rinnovamento, invece siamo ai paracadutati, ai riciclati e ai soliti nomi. Così il Pd straperderà”. Sfogliando le liste (eccezioni a parte) come è possibile intravedere quel processo politico di ampio respiro e di innovazione annunciato da Veltroni? A tener aperti gli occhi e le orecchie tese si può tagliare a fette la delusione di chi si è illuso che il “nuovo” che veniva sbandierato fosse veramente il “nuovo”.

Il metodo oligarchico su cui il Pd si regge al centro e in periferia stride fortemente con le idee e i principi di partito laico, aperto, modernizzatore. Le candidature fatte con l’unico criterio della fedeltà al capo (piene di amici e amici degli amici, di portaborse, segretarie, lacchè, un esercito di yes man) dimostrano che siamo alla riproposizione della vecchia solfa: minestra riscaldata, riverniciatura di facciata, con qualche luccichino per le allodole (cioè per i gonzi, che sempre abbondano).

La iniqua e perversa legge elettorale annulla il rapporto fra candidato e territorio ed elimina il vincolo tra rappresentanti e rappresentati. Tutto è nelle mani di una sola persona (o una manciata di persone). Che sarà domani con il leaderismo completo e il bipartitismo “perfetto”? Ma restiamo all’oggi.

Chissà se (e quando) sarà possibile correggere il tiro di quanto sta avvenendo, modificare il progetto e le prospettive del Pd. Solo le urne diranno se Veltroni ha visto bene o se è già giunta per lui l’ora di riprendere la via della tanto vagheggiata Africa.

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