Per Bossi il "Rubygate" serve a non parlare dei veri scandali

Bossi

Il contesto nel quale sono state rese le ultime mirabolanti esternazioni del Senatùr ha un che di simbolico: la Festa della zucca di Pecorara, nel Piacentino. Qui Bossi ha chiarito il suo pensiero sulla vicenda di Ruby e sulla telefonata di Berlusconi alla questura di Milano per il rilascio della ragazza marocchina.

La prima osservazione del leader della Lega è una facile applicazione di quel "benaltrismo" tanto in voga nei dibattiti politici nostrani: "I veri scandali - sostiene Bossi - sono quelli che si sono trovati di fronte quelli che hanno fatto il concorso per diventare notai e si sono trovati davanti quelli di Roma e quelli del Sud che avevano già il tema in mano. Quelli sono i veri scandali, qui hanno colpito Berlusconi per coprire e per nascondere i veri scandali del Paese" (da notare la ricorrenza del pronome "quelli" e dell'aggettivo "veri", da cui si intuisce il malcelato intento di dirottare l'attenzione dell'opinione pubblica).

Bossi ragiona un po' come quel fumatore accanito che a chi gli fa presente i danni provocati dalle sigarette risponde: "Ma perché non pensi allo smog? Quello è il vero problema, non il fumo!". Il fatto che ci siano altri scandali non ha ovviamente alcuna implicazione logica sulla considerazione della gravità del "Rubygate". La seconda osservazione, invece, è molto più interessante.

Afferma il Senatùr di non sapere niente della vicenda e, tuttavia, di ritenere che non ci sia nulla di penalmente rilevante. Poi aggiunge: "è chiaro che la telefonata Berlusconi poteva farla fare a qualcun altro". "Poteva chiamare me, oppure Maroni..." dichiara tra il serio e il faceto.

A parte l'opinabile giudizio sull'irrilevanza penale dei fatti (poiché potrebbero invece configurarsi ipotesi di sfruttamento della prostituzione minorile e di concussione per induzione in errore), in queste parole apparentemente paradossali si scorge una verità molto profonda. Occorre premettere che vicende del genere non sono inedite nella storia del nostro Paese.

Si sono registrati diversi casi d'indebita invasione anche da parte di altissime cariche dello Stato delle sfere di competenza di altri organi, enti o soggetti istituzionali. Non è questo il punto (anche se, tuttavia, la questione ha una sua autonoma rilevanza).

Quel che colpisce maggiormente, in questa vicenda, è, piuttosto, il fatto che il Presidente del Consiglio non abbia sentito il bisogno di rivolgersi a nessuno per perpetrare il suo abuso. Egli non ha pensato di coinvolgere nemmeno il Ministero dell'Interno, come sarebbe stato logico (e come suggerisce lo stesso Bossi, che pure non può essere definito un uomo delle istituzioni...).

L'autarchia di Berlusconi ha raggiunto il suo culmine: egli si comporta da monarca assoluto, telefona a una questura per far rilasciare una minorenne accusata di furto, adducendo una balla fantasiosa e facilmente riconoscibile (la ragazza era già nota alle forze dell'ordine...), manda un consigliere regionale della Lombardia (come se fosse un suo dipendente o una cortigiana) a prelevare la giovane "favorita". E, cosa più impressionante di tutte, raggiunge l'obiettivo desiderato!

La valenza politica di tale vicenda è esemplare. Il comportamento del Cavaliere esprime sinteticamente il suo senso delle istituzioni, il suo progetto per il Paese, la sua concezione del mondo. Qui non ci troviamo semplicemente di fronte a un uomo che trasgredisce le regole per i propri interessi personali, ma a un autocrate che dileggia la legalità e che abusa delle istituzioni per soddisfare un piacere perverso.

Sembra quasi che Berlusconi si spinga sempre più in là mosso ormai soltanto dalla morbosa curiosità di vedere fino a che punto può arrivare l'assoggettamento servile al potere (ecco perché il Salò pasoliniano sembra offrire le chiavi di lettura più adeguate alla comprensione delle vicende in esame).

In conclusione, non c'è nulla di privato nel "Rubygate". E' una vicenda d'indubbia rilevanza pubblica e politica. Berlusconi non è intervenuto ad "aiutare" la ragazza (ammesso pure che il suo possa considerarsi come un soccorso...) da privato cittadino, ma da Capo del Governo, configurando il rischio di un fantomatico incidente diplomatico e, per raggiungere il suo scopo, si è servito di una componente del Consiglio regionale lombardo con incarichi di governo.

Al di là delle possibili responsabilità penali, non si può non condannare il degrado politico e morale cui stiamo assistendo. Qualcuno ha parlato, nei giorni scorsi, di "pornocrazia". L'espressione denota efficacemente il livello di degenerazione di una classe dirigente che non sa più distinguere il moralismo dalla morale e che persegue caparbiamente soltanto il soddisfacimento dei propri istinti primordiali.

In una condizione di benessere sociale qualcuno, sbagliando, potrebbe anche pensare di sminuire tutto questo, di soprassedere e chiudere un occhio (o magari entrambi). Ma non è certamente questa la condizione in cui si trova il nostro povero Paese.

Foto | Flickr.it

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