Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Americhe: Stati Uniti, condannato l’uomo che aveva minacciato Obama via web. La sera scorsa il texano Brian Dean Miller è stato condannato a due anni di carcere per le minacce inoltrate al Presidente degli Stati Uniti. A marzo Miller aveva pubblicato sul sito Craigslist un post intitolato “Obama must die” (Obama deve morire) nella notte in cui il Congresso aveva approvato la riforma sanitaria.

Nel post Miller aveva scritto che sarebbe diventato un terrorista se la legge fosse passata. I toni della minaccia erano deliranti, ma non per questo meno pericolosi in un Paese in cui la retorica anti-democratica e anti-Stato ha terreno fertile tra suprematisti bianchi, adepti del Ku Klux Klan, Stormfront e altri gruppi di invasati pronti a imbracciare le armi contro gli afroamericani o tutto quello che ha un vago sentore di socialismo.

“Sto dedicando la mia vita” aveva scritto Miller “alla morte di Obama e di ogni dipendente del governo federale”. Miller concludeva in maniera molto esplicita: “Questa è guerra. Unitevi a me. Oppure non fatelo. Non mi importa. Non intendo più cedere.”

Un pazzo isolato? Forse. Ma andatevi a leggere i comizi dei Tea Party che da qualche mese spopolano negli Stati Uniti. Di sicuro non troverete minacce di morte, ma gli attacchi all’Obama “socialista” e alla sua riforma sanitaria non mancano. E gli appelli visti su alcuni cartelli, in cui si chiede ai Navy Seals di liberare Washington DC dai pirati, saranno anche espressione di folklore, ma di sicuro non aiutano ad abbassare i toni.

Medio Oriente: Turchia, il Pkk nega responsabilità nell’attentato di domenica. Ancora nessun indiziato per la bomba che domenica ha provocato il ferimento di 32 persone e la morte dell’attentatore nella centralissima piazza Taksim di Istanbul. Ieri l’unità antiterrorismo della polizia di Istanbul ha distribuito una foto del presunto attentatore, ma al momento le autorità turche non hanno divulgato il nome dell’uomo né si sono spinte ad indicare quali sigle o organizzazioni siano considerate responsabili dell’attacco.

Se i primi sospetti erano caduti sul Pkk, la cui tregua unilaterale con l’esercito turco scadeva proprio il 31 ottobre, il portavoce del movimento indipendentista Roj Welat ha dichiarato per telefono alla Cnn che il partito dei lavoratori del Kurdistan non è in alcun modo coinvolto nell’attentato.

Welat ha aggiunto che il Pkk ha deciso di estendere il cessate il fuoco fino alla conclusione delle elezioni politiche turche, previste per la prossima estate. E’ molto probabile che, al di sotto dei canali di comunicazione ufficiali, siano in corso trattative tra il Governo e il movimento indipendentista curdo; da mesi i media turchi riportano infatti le voci di possibili colloqui tra il leader del Pkk Abdullah Ocalan (attualmente detenuto in un carcere nell’isola di Imrali) e il Goveno Erdogan per una soluzione politica della questione curda.

E’ presto per trarre conclusioni su quest’ultimo punto. Quello che per ora è sicuro è che il Governo turco intende usare la massima prudenza nell’indicare i colpevoli dell’attentato di domenica. In una conferenza stampa tenuta ieri il ministro dell’interno Besir Atalay ha infatti affermato che le autorità sono in possesso di alcune informazioni, ma non sono al momento in grado di rilasciare alcuna dichiarazione su quale organizzazione abbia preparato l’attacco.

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