Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Europa: Gran Bretagna, stop alle restrizioni per i politici israeliani. Lo ha dichiarato ieri il Ministro degli esteri britannico William Hague, nel corso di una sua visita in Israele.

Durante un discorso televisivo all’emittente israeliana Channel 10, Hague ha ribadito che le autorità di Tel Aviv possono essere sicure che non rischieranno di essere arrestate in Gran Bretagna e che la legge che lo consentiva sarà presto modificata.

L’oggetto del contendere era una legge britannica che consentiva di spiccare mandati d’arresto sul territorio nazionale nei confronti degli indagati per crimini di guerra provenienti da qualsiasi Paese. E siccome numerosi esponenti di spicco del Governo, delle autorità e del mondo politico israeliano (da Barak a Tzipi Livni) devono fronteggiare accuse di questo tipo, l’imbarazzo che si era creato nelle relazioni tra Gran Bretagna e Israele aveva iniziato ad assumere proporzioni sempre maggiori.

Il caso più recente è stato quello di Dan Meridor, ministro israeliano per l’intelligence, che all’inizio di questa settimana ha cancellato una visita di Stato a Londra a seguito delle diffuse preoccupazioni in merito a un su possibile arresto. I media israeliani avevano ipotizzato che Meridor potesse essere perseguito per via delle sue presunte responsabilità nel blitz delle forze speciali israeliane sulla Mavi Marmara, lo scorso maggio.

Lo scorso dicembre un caso simile aveva riguardato Tzipi Livni, ex ministro degli esteri di Tel Aviv durante la guerra di Gaza del 2008-2009. Ovviamente il Governo e le autorità britanniche non aspettavano al varco i politici israeliani per arrestarli, ma la legge veniva invocata dagli attivisti filo palestinesi ogni volta che si profilava una visita di Stato di qualche esponente politico israeliano.

E siccome in uno Stato di diritto la legge non è soggetta alla discrezione dei governanti, era più che concreto il rischio di assistere a qualche arresto eclatante, con il conseguente polverone mediatico e diplomatico che si può immaginare.

Insomma: si trattava di una trappola legale che creava non pochi grattacapi al Governo britannico che, pur non avendo mai avuto alcuna intenzione di danneggiare le proprie relazioni con lo stato ebraico, si trovava nell’imbarazzante situazione di non poter ospitare importanti esponenti politici israeliani sul proprio territorio.

Già dopo l’incidente diplomatico con Tzipi Livni, l’ex premier Gordon Brown aveva pubblicamente dichiarato che la legge doveva essere cambiata. L’attuale Governo Cameron ha deciso di risolvere il problema una volta per tutte. Resta da capire come e con quali principi la legge sarà modificata. Verrà stilata una lista di buoni e cattivi, per cui i cittadini di alcuni Paesi non saranno considerati responsabili di crimini di guerra, mentre altri potranno ancora essere perseguiti?

Americhe, Dilma Roussef: il Brasile manterrà le relazioni con l’Iran. Il Brasile non cambia la rotta tracciata dal Lula. Nel corso di un’intervista alla Cnn, la neo-eletta Presidente Dilma Roussef ha ribadito, l’intenzione di mantenere i legami con l’Iran, ma solo per scopi pacifici.

La Roussef ha aggiunto che la guerra non è il metodo per risolvere i conflitti e che il Brasile non interverrà mai in una guerra. La neo-Presidente ha ribadito il ruolo di media potenza che il Brasile si è ritagliato negli anni di Lula, quando il Paese sudamericano si è proiettato al di fuori del cortile di casa per coltivare relazioni internazionali a tutto campo.

Dilma Roussef ha infatti dichiarato che il Brasile si sta dedicando a “difendere sistematicamente la pace in Medio Oriente e i diritti di quei Paesi, Israele e Palestina compresi, ad avere propri Stati.” Non è mancato, ovviamente, il riferimento al cortile di casa: la Presidente brasiliana ha dichiarato che il suo Paese continuerà a fare da portavoce per gli altri Stati dell’America Latina.

E’ chiaro che il Brasile intende presentarsi alla comunità internazionale come un attore di primo piano, in grado di esercitare la propria influenza in campo economico, geopolitico ed energetico. Un influenza che è risultata evidente nell’accordo sul nucleare siglato lo scorso maggio tra il Brasile di Lula, la Turchia di Erdogan (altro Paese che si sta ritagliando un ruolo sempre più autonomo nella politica internazionale) e l’Iran.

Era stato il segnale (non il primo, ma forse il più eclatante) che il Brasile non è più soltanto un Paese emergente, quanto piuttosto uno Stato con ambizioni internazionali e la volontà di esercitare una politica estera indipendente. Gli Stati Uniti, abituati a vedere il Sud America come un propria dependance, dovranno tenerne sempre più conto.

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