Vieni via con me. L'autocelebrazione della sinistra perdente, sotto l'egida di Nichi Vendola


Quanto can can si è fatto intorno alla prima puntata di Vieni via con me, andata in onda ieri sera su Rai3, al punto che Roberto Benigni pur di esserci è venuto gratis (ma non ha mancato di sottolinearlo più volte nel suo monologo). Una trasmissione piuttosto anonima - sempre fatta eccezione per il fenomenale comico toscano - si è così erta a manifesto intellettuale della sinistra, trasformandosi in evento.

Gli ingredienti per l'autocelebrazione c'erano tutti: l'ironia amara di chi pensa di essere superiore e vittima del popolo bue che vota per Berlusconi, la convinzione storica di rappresentare la cultura mentre la destra ignorante al potere cerca solo di distruggerla, gli invitati paurosamente schierati da una parte unica che si abbracciavano tra loro in lacrime come se partecipassero all'ultimo consesso della carboneria "resistente".

Emblema dell'atmosfera generale un Claudio Abbado presentato come il "più grande direttore d'orchestra del mondo" (ma chi l'ha deciso? E Georg Solti, Zubin Mehta, il nostro Muti, solo per citarne alcuni?) che sembra sul punto di piangere per tutto il suo intervento e rimpiange i tempi in cui legarsi al carro del Pci significava fare carriera automatica nel mondo dello spettacolo. Tempi non del tutto passati, lo informiamo comunque a titolo di consolazione.

Poi il leader di Sinistra e Libertà Nichi Vendola, invitato a rappresentare la casta politica giusto se non si fosse capito da che parte sta il programma, che con la scusa della (pessima) battuta del Premier sui gay, si regala uno spottone elettorale interminabile in prima serata. Bel trampolino di lancio per diventare il leader della sinistra alle prossime elezioni.

Infine un Roberto Saviano che ancora una volta approfitta della sua meritoria fama antimafia per buttarsi in politica e schierarsi contro la Lega, in un lunghissimo e sgrammaticato monologo sull'unità d'Italia e contro il Carroccio che la mina. Ma chi ha dato a Saviano la patente di guru dei nostri tempi? Caro Roberto, lascia ai cantanti d'accatto la convinzione di poter sproloquiare su tutto solo perché hanno venduto qualche disco e torna a fare il tuo mestiere. Abbiamo tanto bisogno di gente come te per combattere la cultura mafiosa; non capisci che il tuo ruolo simbolico prescrive di stare dalla parte di tutti e non sulle barricate della sinistra?

Infine un grande Benigni, l'unica ancora di salvataggio della trasmissione. Le sue battute su Berlusconi sono al vetriolo, ma fanno anche morir dal ridere. Destra (quella senza le fette di prosciutto sugli occhi) e sinistra. Ed è l'unico caso, poi si poteva anche cambiar canale. Peccato per la versione pietosa e fuori tempo del grande classico di Paolo Conte che dava il titolo al programma (e pensare che la cantava proprio lui tanti anni fa).

Chissà se il nostro più grande cantautore vivente - mai schieratosi apertamente - era informato del fatto che la sua canzone-simbolo sarebbe stata utilizzata a scopi di propaganda in modo così smaccato.

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