Il sipario sta calando: la crisi è alle porte

Berlusconi

La crisi non si è ancora formalmente aperta. L'uscita dal Governo del ministro Ronchi, del viceministro Urso e dei sottosegretari Buonfiglio e Menia ne costituisce il preludio, ma perché l'esecutivo venga meno occorre una sfiducia formale da parte del Parlamento o le dimissioni spontanee del Presidente del Consiglio (ipotesi quest'ultima ormai remota).

Ma cosa succederà ora? Due i possibili scenari. Il primo: il Governo incassa la fiducia da entrambi i rami del Parlamento e così rimane in carica, sostituendo i componenti dell'esecutivo dimissionari, mentre Futuro e Libertà gli assicura il proprio sostegno esterno.

Il secondo: il Governo viene sfiduciato da Camera e Senato o anche solo dalla prima. La situazione non cambia. Lo scioglimento di una sola camera, anche se tecnicamente possibile, è una soluzione del tutto impraticabile.

Gli scioglimenti dimezzati che si sono svolti prima del 1963 servivano a consentire l'elezione contestuale di Camera e Senato (quest'ultimo, infatti, durava in carica un anno in più della prima). E non, come si vorrebbe ora, l'elezione della sola Camera.

Il Presidente Napolitano non potrebbe mai optare per una soluzione del genere, contraria a tutti i precedenti successivi al 1963, rischiosa per la stabilità del futuro governo e lesiva della libertà di voto dei cittadini (i quali, votando per la coalizione del centrosinistra, saprebbero di determinare la paralisi delle istituzioni...).

Nel secondo scenario, pertanto, il Capo dello Stato avvia le consultazioni e verifica l'esistenza di una nuova maggioranza. Il tentativo è quello di formare un governo tecnico o di transizione. Ma é prevedibile, almeno al momento, che ogni iniziativa orientata in tal senso incontri la ferma opposizione di Berlusconi e della Lega e che molto difficilmente possa andare a buon fine.

Foto | Flickr.it

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