Per Fini la riforma dell'università premia il merito. Ma è veramente così? (Parte prima)

Protesta università

In occasione di un incontro congiunto con il Consiglio di amministrazione e il Senato accademico dell’Università del Salento, il Presidente della Camera Gianfranco Fini ha dichiarato, un paio di giorni fa, che la riforma dell’Università, di prossima approvazione, è “una delle cose migliori di questa legislatura”, in quanto fa proprio il principio insindacabile del merito.

Se questa è una delle cose migliori che il Governo abbia saputo produrre - verrebbe da dire - è meglio non pensare alle altre… Ma vediamo se è vero che la riforma in questione premia il merito e infligge un colpo micidiale ai cosiddetti “baroni” dell’Accademia.

Procediamo con ordine, seguendo i diversi passi della carriera accademica, partendo dal dottorato di ricerca, che dovrebbe costituire il primo traguardo di un neolaureato che volesse avventurarsi nel fantasmagorico mondo della ricerca universitaria.

Il disegno di legge di riforma prevede (o quantomeno crea le condizioni per) un bel taglio alle borse di studio per dottorati. La legge 218 del 1990 (Norme per il reclutamento dei ricercatori e dei professori universitari di ruolo) prevede, infatti, all’art. 4, comma 5, lettera c), che con appositi decreti dei Rettori delle università si stabilisca ogni anno “il numero, comunque non inferiore alla metà dei dottorandi, e l’ammontare delle borse di studio da assegnare, previa valutazione comparativa del merito”.

Ebbene, l’art. 17 bis del disegno di riforma abroga le parole “comunque non inferiore alla metà dei dottorandi”. Ecco dunque venire meno una norma di garanzia che imponeva il finanziamento di almeno la metà dei posti messi a concorso per dottorati di ricerca (giusto per far capire immediatamente l’andazzo agli aspiranti accademici: la ricerca in Italia si fa gratis…).

Ma non basta. Lo stesso art. 17 bis del disegno di legge infligge un altro micidiale colpo al diritto allo studio e alla ricerca, introducendo una revisione normativa di non facile lettura, per la sua formulazione. Vediamo di che si tratta.

La legge 476 del 1984 prevede, all'art. 2, comma 1, che "il pubblico dipendente ammesso ai corsi di dottorato di ricerca è collocato a domanda in congedo straordinario per motivi di studio senza assegni per il periodo di durata del corso ed usufruisce della borsa di studio ove ricorrano le condizioni richieste. In caso di ammissione a corsi di dottorato di ricerca senza borsa di studio, o di rinuncia a questa, l'interessato in aspettativa conserva il trattamento economico, previdenziale e di quiescenza in godimento da parte dell'amministrazione pubblica presso la quale è instaurato il rapporto di lavoro".

Tradotto: i pubblici dipendenti, compresi gli insegnanti delle scuole, che vincano concorsi per dottorati di ricerca possono usufruire del congedo straordinario non pagato se riescono ad ottenere la borsa di studio. Se invece vincono un dottorato senza borsa possono mettersi in congedo conservando il trattamento economico dell'amministrazione di appartenenza.

L'art. 17 bis del disegno di riforma aggiunge, dopo "è collocato a domanda", le parole "compatibilmente con le esigenze dell’amministrazione". E stabilisce, subito dopo, che "non hanno diritto al congedo straordinario, con o senza assegni, i pubblici dipendenti che abbiano già conseguito il titolo di dottore di ricerca, né i pubblici dipendenti che siano stati iscritti a corsi di dottorato per almeno un anno accademico, beneficiando di detto congedo. I congedi straordinari e i connessi benefici in godimento alla data di entrata in vigore della presente legge sono mantenuti".

In breve, per quanto riguarda i pubblici dipendenti che intendano perfezionare le proprie competenze e specializzarsi frequentando un dottorato di ricerca la vita diventa molto difficile: intanto possono usufruire del congedo (anche non pagato) soltanto quando decida l'amministrazione stessa ("compatibilmente con le esigenze dell’amministrazione"). Il che significa rimettere la decisione all'arbitrio del funzionario di turno (con effetti facilmente prevedibili...).

E poi, conseguito un dottorato di ricerca, i pubblici dipendenti non possono più aspirare a partecipare ad altri dottorati (anche senza gravare sull'amministrazione). L'intento di risparmiare a discapito della preparazione e della specializzazione di amministratori pubblici e di docenti appare evidente. Del resto - detto per inciso -, la presenza nelle scuole di insegnanti più preparati e competenti nuoce gravemente alla salute dell'attuale classe dirigente.

Così come evidente è il senso complessivo di questa parte della riforma: la ricerca in Italia si deve fare a costo zero e senza svolgere altri impieghi. In sostanza, è meglio dedicarsi ad altro. (Continua...)

Foto | Flickr.it

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