Per Fini la riforma dell'università premia il merito. Ma è veramente così? (Parte seconda)

Protesta università

Parte prima

Immaginiamo che un giovane neolaureato italiano decida, nonostante tutto, di provare a intraprendere la carriera universitaria nel nostro Paese e riesca a vincere un dottorato di ricerca con borsa, che gli consentirà di tirare avanti per tre anni. Cosa potrebbe succedere dopo? Vediamo cosa stabilisce la riforma universitaria tanto elogiata in questi giorni dalla maggioranza e dal Presidente della Camera.

Intanto, come ormai tutti sanno, scompare la figura del ricercatore a tempo indeterminato. Le università possono stipulare contratti di lavoro subordinato a tempo determinato con soggetti che intendono svolgere attività di ricerca, di didattica, di didattica integrativa e di servizio agli studenti.

Ecco, dunque, arrivare la figura del ricercatore a tempo determinato. La selezione dei nuovi ricercatori dovrà avvenire mediante procedure pubbliche disciplinate dalle università con apposito regolamento e nel rispetto di alcuni criteri enunciati dallo stesso disegno di legge di riforma (art. 21, comma 2).

Potranno aspirare al contratto i possessori del titolo di dottore di ricerca o di titolo equivalente, oppure, per i settori interessati, del diploma di specializzazione medica. Altri requisiti saranno stabiliti dai singoli atenei. In ogni caso, gli aspiranti ricercatori dovranno dimostrare, in un'apposita prova, la conoscenza di almeno una lingua straniera (mentre la conoscenza dell'italiano si dà per scontata...).

E veniamo al punto cruciale: la durata di questi contratti. L'articolo 21 del disegno di riforma prevede che i contratti dei ricercatori a tempo determinato possono essere di due tipi: contratti di durata triennale prorogabili per soli due anni, per una sola volta, previa positiva valutazione delle attività didattiche e di ricerca svolte, effettuata sulla base di modalità, criteri e parametri definiti con decreto del Ministro, e contratti triennali non rinnovabili, riservati a candidati che hanno usufruito dei contratti del primo tipo (o di analoghi contratti in atenei stranieri).

Ricapitoliamo. Il dottore di ricerca (che si è già fatto tre anni di dottorato usufruendo, nella migliore delle ipotesi, di una borsa di studio dell'importo di circa mille euro al mese) potrà aspirare, dunque, a trascorrere i successivi sei anni (o otto in caso di rinnovo del primo contratto) nel più incerto precariato, con uno stipendio leggermente superiore alla borsa di un dottorando di ricerca. E poi?

Ebbene, nel terzo anno del secondo (ed ultimo) contratto l'università (ovvero i professori ordinari del settore di riferimento: il corpo dei cosiddetti "baroni"...) valuterà il titolare del contratto stesso, che avrà conseguito l'abilitazione scientifica nazionale prevista dallo stesso disegno di riforma (art. 16) ai fini della chiamata nel ruolo di professore associato. In caso di esito positivo della valutazione, il titolare del contratto, alla scadenza dello stesso, sarà inquadrato nel ruolo dei professori associati.

Alla fine dei sei (o otto anni), o si diventa associati o si va a casa. A prescindere dai tanti aspetti discutibili relativi alle procedure stabilite per l'assunzione dei professori associati e ordinari (su cui tornerò più avanti), la nuova disciplina, pertanto, incrementa il precariato e non toglie alcun potere ai cosiddetti "baroni" (anzi lo incrementa), giacché la selezione e la stabilizzazione dei neoricercatori spetterà sempre e comunque a questi ultimi.

Ritorniamo al nostro giovane e brillante amico neolaureato. Ipotizziamo che sia stato così bravo da laurearsi per tempo in un corso di laurea quinquennale, all'età di 23 anni e che abbia vinto subito un dottorato di ricerca. All'età di 26 anni, finito il dottorato, riesce ad avere un primo contratto a tempo determinato come ricercatore, che gli viene poi rinnovato per altri due.

A 31 anni, il nostro non più tanto giovane amico, sempre che nel frattempo non sia entrato in conflitto con i "baroni" dell'università in cui lavora, riesce ad ottenere un secondo contratto. Arriva a concluderlo. Ha 34 anni.

A quel punto, non riesce ad ottenere l'abilitazione scientifica nazionale o magari ci riesce ed aspetta soltanto la chiamata della sua università, ma questa chiamata non arriva perché non ci sono fondi e quei pochi che ci sono magari servono per assumere qualcuno che ha fatto il suo stesso percorso (magari in modo non così brillante..), ma che ha un titolo in più: è il figlio di uno degli ordinari interni all'ateneo.

Insomma, immaginiamo che qualcosa vada storto. Il nostro amico, a 35 anni (a più di dieci anni dalla sua brillante laurea) dovrà riconominciare da zero, con un misero premio di consolazione, previsto dall'ultimo comma dell'art. 21 del disegno di riforma: l’espletamento del secondo dei due contratti costituisce titolo preferenziale nei concorsi per l’accesso alle pubbliche amministrazioni.

Quale giovane volenteroso, ma sano di mente, privo dell'appoggio sicuro e incondizionato di qualche potente accademico, deciderà mai d'intraprendere tale carriera? (Continua...)

Foto | Flickr.it

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