Per Fini la riforma dell'università premia il merito. Ma è veramente così? (Ultima parte)

Protesta università

Parte prima
Parte seconda

Come si diventerà professori associati e professori ordinari in base alle nuove regole che verranno introdotte dalla riforma universitaria?

Ebbene, secondo la vecchia normativa occorreva fare degli appositi concorsi, indetti dalle singole università. Le commissioni erano costituite da un membro interno selezionato dallo stesso ateneo che bandiva la procedura concorsuale e da altri componenti eletti da tutta la comunità scientifica. I concorsi per ricercatore e per associato erano per titoli ed esami (due scritti e un orale per il concorso di ricercatore, una discussione sui titoli e una prova didattica per quello di associato), quelli per ordinario solo per titoli.

Nei concorsi per ricercatore le commissioni erano costituite da un professore ordinario, da un professore associato e da un ricercatore, tutti del settore disciplinare di riferimento. Le commissioni dei concorsi per associato erano formate, invece, da tre ordinari e due associati e quelle dei concorsi per ordinario da cinque professori ordinari del settore di riferimento.

Con la riforma in corso di approvazione, per diventare professore non sarà più necessario effettuare un vero e proprio concorso. L'art. 16 del disegno di legge istituisce, infatti, l'abilitazione scientifica nazionale. Tale abilitazione avrà durata quadriennale e attesterà la qualificazione scientifica che costituirà requisito necessario per l'accesso alla prima e alla seconda fascia dei professori.

Come potrà essere conseguita questa abilitazione? Premesso che le procedure specifiche dovranno essere disciplinate con successivi regolamenti governativi, si stabilisce nello stesso disegno che l'abilitazione verrà riconosciuta, in base alla "valutazione analitica dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche" dei candidati, da una commissione composta da quattro professori ordinari e da un quinto professore straniero. Tutti i componenti della commissione saranno sorteggiati.

Le università chiameranno, poi, i professori associati e ordinari attingendo dall'elenco degli abilitati, nel rispetto delle norme del codice etico di cui dovranno dotarsi. La proposta di chiamata dei professori ordinari dovrà essere approvata dalla maggioranza assoluta dei professori ordinari del dipartimento che intenderà effettuare la chiamata stessa, mentre quella dei professori associati richiederà la maggioranza assoluta degli ordinari e degli associati. In ogni caso, occorrerà una delibera del consiglio d'amministrazione dell'ateneo.

In buona sostanza, l'abilitazione nazionale verrà riconosciuta da quattro "baroni" italiani e da uno straniero che ovviamente non potrà da solo condizionare l'esito delle valutazioni della commissione. I "baroni" delle singole università sceglieranno, poi, dall'elenco degli abilitati i docenti preferiti, avendo cura di motivare adeguatamente l'opzione (arte nella quale gli accademici italiani sono dei veri maestri).

I ricercatori e i professori associati scompaiono dalle commissioni dei concorsi. L'abilitazione nazionale verrà riconosciuta, con tutta probabilità, sulla base di standard non eccelsi, sicché, in definitiva, il potere di reclutamento resterà tutto nelle mani degli ordinari. In cosa consisterebbe allora la riduzione del potere dei "baroni" di cui tanto si parla?

In realtà, l'effetto immediato della riforma sarà quello di bloccare ancora una volta tutte le procedure di reclutamento di ricercatori e docenti universitari. Quella che si sta approvando è, infatti, una legge delega, che deve essere attuata da successivi decreti legislativi. E, con tutta probabilità, passeranno diversi mesi prima che tali decreti vengano approvati (sempre che naturalmente il Governo non cada, eventualità che potrebbe far slittare di qualche anno l'effettiva entrata in vigore della riforma stessa).

Il disegno di legge Gelmini introduce, poi, importanti novità anche riguardo all'organizzazione degli atenei. Scompaiono le facoltà e vengono creati macro-dipartimenti al solo scopo di tagliare posti nell'amministrazione delle strutture universitarie.

Si prevede, poi, l'inserimento nei consigli d'amministrazione degli atenei di non meglio definite "personalità italiane o straniere in possesso di comprovata competenza in campo gestionale ovvero di un'esperienza professionale di alto livello con una necessaria attenzione alla qualificazione scientifica culturale" (art. 2, comma 1, lett. i).

In tal modo, si apre la strada all'ingresso, tra i vertici degli atenei, di personalità provenienti dal mondo della politica e da quello dell'imprenditoria. Un colpo micidiale all'autonomia universitaria e alla libertà di ricerca, che i "baroni" interlocutori del Governo si mostrano disposti ad accettare in cambio di un significativo incremento del loro potere nelle procedure di selezione e di reclutamento del personale.

In sintesi, la riforma persegue sostanzialmente tre finalità:

a) ridurre drasticamente posti e finanziamenti alle università;
b) far entrare l'imprenditoria privata e la politica negli atenei pubblici;
c) accentuare sensibilmente il peso degli ordinari nella definizione delle politiche accademiche allo scopo di far "digerire" loro la condivisione del potere con imprenditori e politici.

Il merito con tutto questo c'entra davvero poco.

Foto | Flickr.it

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