Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Wikileaks: i fallimenti degli Stati Uniti sul rimpatrio dei detenuti di Guantanamo. Su una cosa non c’è dubbio: il Cablegate ha messo in luce la debolezza dell’Amministrazione Obama. L’esempio lampante è dato dalle fallite trattative sull’affidamento dei detenuti del carcere speciale per rimpatriarli nei rispettivi Paesi di origine.

Come è noto, la chiusura di Guantanamo è una delle mancate promesse di Barack Obama. Una mancanza che gli è costata la perdita molti consensi in quell’elettorato liberal che aveva contribuito a portarlo alla Casa Bianca nel 2008.

I file desecretati di Wikileaks aprono una nuova prospettiva sulla vicenda. Il Cablegate ha reso noti centinaia di telegrammi inviati dalle Ambasciate Usa al Dipartimento di Stato nel corso degli ultimi due anni. Si parla delle pressioni e dei negoziati con decine di Paesi affinché accogliessero i detenuti di Guantanamo, in modo da chiudere il carcere entro il 2010. Per approfondire la questione, vi consiglio l'interessante articolo pubblicato oggi dal quotidiano spagnolo El Paìs, uno dei giornali internazionali che ha ricevuto in anteprima i file del sito di Julian Assange. Continuiamo a parlarne dopo il salto...

I cablo delle Ambasciate raccontano un’impressionante serie di dinieghi e rifiuti da parte di vari Paesi, il più delle volte motivati con ragioni legate alla sicurezza nazionale e alla (presunta) impossibilità dei singoli Stati di farsi carico dei connazionali detenuti.

I documenti più imbarazzanti riguardano i paesi arabi. Uno dei cablo più espliciti riguarda il Kuwait e si intitola “Il rimedio del Ministro delll’Interno (kuwaitiano, Ndr) per i terroristi: “lasciateli morire”.”

Si tratta di un cablo segreto scritto dall’Ambasciatrice Deborah Jones il 5 febbraio 2009 (n. 190648 ) a seguito di una riunione con il ministro dell’interno kuwaitiano Shaykh Jaber al-Khalid Al Sabah.

Il ministro affermava di non poter detenere i quattro kuwaitiani incarcerati a Guantanamo. “Se gli ritiro il passaporto andranno in tribunale per farselo restituire. Possiamo discutere la prossima settimana sulla costruzione di un centro di riabilitazione, ma non succederà. Non siamo l’Arabia Saudita: non possiamo isolare questa gente in campi in mezzo al deserto o in qualche luogo di un’isola”. Secondo il ministro, “la cosa migliore è liberarsi di loro” abbandonandoli “in Afghanistan, in mezzo a qualche zona di guerra”.

Problema opposto si era verificato nello Yemen, i cui 99 connazionali formavano il gruppo più consistente di detenuti all’interno del carcere speciale (il 40% del totale). Nel corso di una riunione tenutasi il 6 settembre 2009, il Presidente yemenita Ali Abdullah Saleh aveva comunicato al capo dell'antiterrorismo Usa John Brennan di essere “pronto e desideroso di accettare tutti (i detenuti Ndr) all’interno del sistema penitenziario yemenita”.

Il 15 dello stesso mese l’Ambasciata Usa comunicava tuttavia in un cablo che, se i detenuti fossero stati rimpatriati, sarebbero stati liberati nel corso di poche settimane sotto pressione dell’opinione pubblica o per decisione dei giudici”.

Dallo Yemen erano inoltre arrivate vere e proprie richieste di denaro. Saleh aveva chiesto agli Stati Uniti di creare un centro di riabilitazione per terroristi simile a quello già realizzato in Arabia Saudita. Ovviamente, il tutto sarebbe dovuto avvenire con finanziamenti Usa. Nel cablo del 15 settembre 2009 (225085) si riportano le richieste di Saleh, che non fa certo giri di parole: “Quanti dollari daranno gli Stati Uniti?”.

Alla proposta di Brennan di mezzo milione di dollari come stanziamento iniziale, il Presidente yemenita aveva risposto che non erano sufficienti. In riunioni precedenti, citate in un telegramma segreto del 23 marzo 2009 (198209), Saleh aveva chiesto 11 milioni di dollari che avrebbero potuto pagare Stati Uniti e Arabia Saudita.

Ma il mercato delle vacche su Guantanamo riguarda anche molti Paesi europei, come viene ben approfondito dall'articolo di El Paìs e come potrete leggere in altri cablo pubblicati da vari giornali internazionali.

Se il server fatica a connettervi al sito di Wikileaks per via delle numerose richieste da utenti di tutto il mondo, vi suggeriamo il sito del britannico Guardian, che ha pubblicato online una sezione ben fatta e divisa per temi ed aree geografiche, che permette di trovare rapidamente i cablo riguardanti i singoli Paesi coinvolti e gli argomenti di proprio interesse.

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