Pensioni da fame: giovani professionisti a riposo con un quarto dello stipendio attuale


In ottobre si scatenò un mezzo putiferio quando il presidente Inps Antonio Mastrapasqua disse una frase che fu a stento ripresa dal Corriere della Sera: “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale”. Una frase quasi buttata lì a un convegno Ania e di cui i grandi media si accorsero a stento.

Il web, invece, non si distrasse, alzò le antenne e molti blog, quotidiani e magazine telematici interpretarono le parole di Mastrapasqua in questo modo: non ci sono soldi per i precari e i loro contributi servono soltanto a pagare le pensioni di oggi. Ma se lo diciamo in giro, scoppia la rivoluzione.

A quel punto, però, una piccola rivoluzione scoppiò davvero. Il tam tam mandò in fibrillazione la blogosfera e i social network, scese in campo persino la corazzata di Beppe Grillo e dall'Inps dovettero metterci una toppa con un'impacciata rettifica.

La cosa certa, al di là delle polemiche, è che i lavoratori con contratti a progetto o inquadrati da parasubordinati sono soggetti alla cosiddetta 'gestione separata' Inps che prevede un'aliquota di contribuzione al 26.72% sul reddito, di cui due terzi a carico del datore di lavoro e un terzo a carico del lavoratore. Si tratta di un meccanismo contributivo che probabilmente garantirà trattamenti previdenziali, in media, al di sotto di una pensione minima. Se non sarà la fame assoluta, dunque, sarà qualcosa che le assomiglia molto.

Dai precari in senso lato ai giovani professionisti la musica cambia poco. Biologi, psicologi, avvocati o ingegneri che iniziano a lavorare adesso, andranno in quiescenza con assegni oscillanti tra il 25 e il 50% del reddito attuale (tra i 1.200 e i 1.600 euro al mese). Un esercito di 1milione di persone e una moltitudine di giovani alle prime armi che forse non potranno nemmeno permettersi di andare a riposo.

Il Corriere della Sera oggi ricorda come questo andazzo abbia preso il via con il decreto legislativo 509/94 (un anno prima della riforma Dini), il quale sancisce che le casse previdenziali professionali escono dal sistema pubblico e acquisiscono l'autonomia. Da allora, gli istituti pensionistici di categoria hanno pensato bene di garantirsi dalle bancarotte future. E hanno avviato una stretta sui conti che conduce a esiti sconfortanti sia nei casi in cui il sistema contributivo è stato adottato in pieno sia nei casi in cui esso è stato trascurato o contemperato con il principio retributivo. Quali esiti? Pensioni da fame per molti professionisti e per i giovani in generale.

Le casse professionali hanno l'assillo della solvibilità e la crisi internazionale ci mette sopra il suo carico da 11. Esiste tuttavia una legge che giace in Parlamento (primo firmatario Nino Lo Presti, Fli) e che garantirebbe un minimo di sollievo, prevedendo la possibilità di inserire nel calcolo previdenziale una parte del contributo integrativo versato dai professionisti. “Ma si potrebbe fare di più – spiega al Corsera Antonio Pastore, membro del consiglio direttivo dell'Associazione italiana dottori commercialisti – Proporre ai professionisti di versare un po' di più di contributo soggettivo per avere in cambio una quota di integrativo sul monte previdenziale. È un accorgimento che, senza grandi sacrifici, potrebbe far lievitare le pensioni esangui dei più giovani”.

Va ricordato, infine, che le casse privatizzate hanno avuto un pesante scontro in estate con il ministro dell'Economia Tremonti per colpa della manovra correttiva di luglio che (articolo 8, comma 15) cercava di rimettere le mani sugli enti estendendo ad essi i tagli imposti alla Pubblica amministrazione. L'Adepp, l'associazione che rappresenta i 27 enti previdenziali dei professionisti, ha giudicato quelle norme un “pesante attacco alla nostra autonomia”.

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