Le indagini della Procura di Roma sulla compravendita dei voti per la fiducia: atto dovuto o indebita invasione?

Montecitorio

Ormai è ufficiale. La Procura della Repubblica di Roma ha aperto un fascicolo sulla compravendita dei voti di parlamentari in vista della fiducia del prossimo 14 dicembre. L'indagine è stata spontaneamente avviata sulla base di una serie di articoli di giornali che hanno denunciato la vicenda e dell'esposto presentato qualche giorno fa da Antonio Di Pietro.

Puntuale la reazione del Pdl. Per Cicchitto "l'intromissione della magistratura è gravissima. Bersani, Violante, Di Pietro alzano la voce e la Procura di Roma interviene". E Bondi e Verdini preannunciano un "contro-esposto" alla stessa Procura "perché venga fatta luce anche su tutti quei casi in cui sono stati altri partiti ad acquisire i nostri parlamentari".

Ma l'iniziativa giudiziaria relativa a quanto si sente dire intorno al voto del 14 dicembre è un atto dovuto o un'indebita invasione della magistratura nei confronti delle prerogative parlamentari?

Non c'è dubbio che la confusione che si sta contribuendo ad alimentare in questi giorni tra responsabilità giuridica e responsabilità politica è estremamente deleteria per la salute della nostra democrazia. In ogni caso, una cosa è certa: il fatto che i parlamentari non siano legati al vincolo di mandato non significa che sia loro concesso tutto.

L'art. 67 della Costituzione prevede, infatti, che "Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". Il che significa che non esistono rimedi giuridici per rimuovere il parlamentare dal suo incarico qualora egli abbia violato regole di natura politica. L'eletto può decidere di cambiare gruppo parlamentare, di sostenere il Governo della parte avversa o di votare contro quello dello schieramento nel quale è stato votato. Saranno gli elettori, alla fine del mandato, a giudicare, eventualmente decidendo di non rieleggere il politico in questione.

Discorso diverso deve farsi invece per la responsabilità giuridica e per quella penale in particolar modo. Il parlamentare, infatti, è un pubblico ufficiale e, com'è noto, l'art. 318 del codice penale prevede che "Il pubblico ufficiale, che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sé o per un terzo, in denaro od altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Se il pubblico ufficiale riceve la retribuzione per un atto d'ufficio da lui già compiuto, la pena è della reclusione fino a un anno".

Affermare che il parlamentare può liberamente vendere il proprio voto non significa sostenere un'idea soltanto immorale, ma anche profondamente contraria ai principi basilari della democrazia e dello Stato di diritto. Teorizzare la compravendita dei voti vuol dire promuovere una pedagogia del malcostume e del nichilismo che può generare soltanto mostri. Come il sonno della ragione.

Si è trattato dunque di un atto dovuto? Direi di sì, in base al vigente art. 112 della Costituzione, il quale stabilisce che "Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale".

Foto | Flickr.it

  • shares
  • Mail
48 commenti Aggiorna
Ordina:

I VIDEO DEL CANALE NEWS DI BLOGO