Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Julian Assange in carcere e Al Jazeera chiusa in Kuwait: tempi duri per la libertà di informazione. Julian Assange torna oggi in aula per l'udienza d'appello, in cui cercherà di ottenere il proprio rilascio dopo una settimana di reclusione nel carcere di Wandsworth, a sud di Londra.

Tuttavia, come ci spiega il Guardian, anche se il tribunale della capitale britannica dovesse concedere il rilascio, le Autorità svedesi potrebbero ugualmente appellarsi alla deliberazione e chiedere il prolungamento del fermo per il fondatore di Wikileaks.

L’avvocato di Assange ha affermato che l’hacker australiano rimane confinato nella sua cella per quasi tutto il giorno (tranne mezz’ora di libera uscita) e non gli viene consentito di avere contatti con gli altri detenuti, accedere alla biblioteca del carcere o guardare la tv.

L'avvocato lamenta anche una serie di privazioni assurde: dal mancato recapito di lettere spedite da vari mass media alla sorveglianza video 24 ore su 24, come fosse un pericoloso terrorista. Una situazione paradossale, nonostante le maxi cauzioni (180.000 sterline di importo totale) offerte dal regista Ken Loach, dal giornalista australiano John Pilger e dall'ereditiera Jemima Khan.

Se Julian Assange è in galera, non se la passa meglio un network che ha fatto molto parlare di sé negli ultimi dieci anni, rappresentando un fenomeno completamente nuovo nel campo dell’informazione mondiale: parliamo di Al Jazeera, l'emittente in lingua araba con sede a Doha, in Qatar.

Andiamo con ordine. Lo scorso mercoledì una manifestazione dell’opposizione kuwaitiana viene caricata dalla polizia. Il bilancio è di decine di feriti, tra i quali anche quattro deputati. Al Jazeera manda in onda un servizio con filmati che mostrano i poliziotti mentre picchiano gli attivisti, seguiti dalle interviste a membri dell’opposizione che commentano gli scontri.

Ieri Saad al Saeedi, il direttore della sede di Al Jazeera in Kuwait, ha raccontato di aver ricevuto una telefonata dal Ministro dell’informazione kuwaitiano, in cui si notificava che gli uffici dell’emittente erano stati chiusi e gli accrediti dei giornalisti erano stati ritirati.

Le motivazioni ufficiali della chiusura sono contenute in una lettera in cui si accusa Al Jazeera di “interferenza negli affari interni del Kuwait”. Il network ha risposto di aver semplicemente fatto il proprio lavoro, dando spazio a tutte le parti in causa e raccontando i fatti da tutti i punti di vista.

Al Jazeera ha aggiunto che condanna fermamente l’idea che fare questo significhi interferire negli affari interni di un Paese. Parole semplici, che dovrebbero valere per tutti gli Stati che si dichiarano democratici.

Ricordiamo che non è la prima volta che gli uffici dell’emittente vengono chiusi in Kuwait: era già avvenuto nel novembre 2002, all’alba dell’attacco degli Stati Uniti all’Iraq. In quell’occasione il Governo kuwaitiano aveva motivato la sua decisione con ragioni di sicurezza e lamentando un presunto atteggiamento ostile da parte di Al Jazeera. Gli uffici del network sono poi stati riaperti nel 2005.

Da un lato abbiamo quindi il fondatore di Wikileaks arrestato col pretesto di un’accusa di stupro (che lascia molti dubbi sulla sua effettiva consistenza), dall'altro la chiusura di una sede di Al Jazeera per presunte “interferenze” negli affari interni di uno Stato arabo cosiddetto “moderato”.

Sono due fatti molto diversi, ma con elementi di affinità: la difficoltà crescente per chi vuol fare informazione senza compiacere i governi. O meglio, la difficoltà di chi vuol fare informazione nonostante i governi e le pretese “ragioni di stato”.

Per approfondire la questione, vi consiglio il bell’articolo pubblicato da Thomas Darnstaedt sull’edizione internazionale di Der Spiegel.

In un commento acuto e molto interessante, il giornalista del settimanale tedesco parla senza mezzi termini di “tempi oscuri per la libertà”, analizzando le difficoltà per i giornalisti nel clima di paranoia post 11 Settembre in cui viviamo da quasi dieci anni. Buona lettura.

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