Bestemmia al Grande fratello: quando il reality è di regime

Grande Fratello

Anche quest'anno il Grande Fratello non si è fatto mancare la sua bestemmia. Uno dei concorrenti, tale Matteo, si è lanciato in un'imprecazione all'indirizzo della Madonna, scatenando il putiferio. Proteste e istanze di espulsione sono piovute un po' da tutta Italia, ma il concorrente non è stato cacciato e condannato all'oblio, come in passato è accaduto in casi identici (tra cui, l'anno scorso, quello di Massimo Casnici, il quale ha vivamente protestato per il diverso trattamento riservato al bestemmiatore di questa edizione).

Gli autori del Grande Fratello hanno pensato di invitare in trasmissione la madre di Matteo, credente, praticante e catechista, la quale ha spiegato che, secondo la Chiesa, "se non c'è intenzionalità di offendere non c'è bestemmia". Poiché "parole, contesto e modi fanno pensare che non ci fosse volontà", a differenza di tutti i casi precedenti, questa volta il peccato non è stato punito con l'espulsione, ma si è inflitta soltanto la sanzione di una nomination automatica. Come dire: se è colpevole lo deciderà il popolo!

Ma siamo sicuri che in tutte le ipotesi precedenti (gli esperti ne contano ben quattro...) si riscontrasse la volontà ritenuta assente nel caso di Matteo? Davvero i gieffini bestemmiatori delle passate stagioni hanno voluto intenzionalmente pronunciare il nome di Dio invano? E, in ogni caso, perché anche a loro non sono stati concessi un giusto processo e un difensore catechista? Cosa è cambiato dall'anno scorso?

Semplice. Quest'anno, come molti ricorderanno, L'Espresso ha diffuso un video in cui il Presidente Berlusconi raccontava una barzelletta su Rosi Bindi ad un pubblico di militari e Protezione civile, con tanto di bestemmia finale. Anche in quel caso si è invocata la non intenzionalità dell'offesa (benché la bestemmia costituisse il momento clou della storiella di dubbio gusto raccontata dal Cavaliere, ragion per cui risultava molto difficile in quella circostanza utilizzare l'argomento teologico della non intenzionalità...).

Gli autori del reality di regime hanno così pensato di avviare un'operazione - l'ennesima - di pedagogia totalitaria, diretta, questa volta, a sdoganare la bestemmia. Il messaggio è evidente, tale da essere colto anche da un bambino: Matteo non voleva bestemmiare, quella frase gli è scappata e quando è così non è peccato; in ogni caso a decidere se Matteo deve restare o se deve andare via sono sempre e soltanto gli italiani. Sostituite a Matteo il nome di Silvio e il risultato non cambia.

Tale vicenda conferma un'idea che ho da tempo: il Grande Fratello è il più politico dei programmi d'intrattenimento e i danni che esso riesce a procurare alla pubblica morale sono a dir poco devastanti (del resto non dimentichiamo che il Grande Fratello orwelliano era un dittatore..).

Inaccettabile non è soltanto la legittimazione di espressioni che offendono il sentimento religioso, ma anche il diverso trattamento riservato a situazioni identiche, discriminazione determinata soltanto dal fatto che il comportamento in discussione è stato posto in essere anche dal Capo. Se si considera che questa roba è indirizzata ai più giovani e quindi contribuisce a formare le nuove generazioni, la sua pericolosità appare evidente (per questo insisto nel parlare di pedagogia totalitaria).

La speranza - sempre più pallida - è riposta proprio in quel popolo sovrano del quale così frequentemente si abusa. Chissà se deciderà di espellere Matteo!

Foto | Flickr.it

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